L’articolo su Repubblica contro Giovanni Falcone (1992)
Recuperato l’introvabile articolo di Sandro Viola che nel gennaio 1992 si scagliava contro Giovanni Falcone, accusandolo di essere un “guitto televisivo”. Qualche giorno dopo sullo stesso giornale Giuseppe D’Avanzo difendeva il giudice antimafia: “Non ha mai avuto una vita facile”.

È il 9 gennaio del 1992, un giovedì. Il quotidiano la Repubblica in quel periodo vende mediamente circa 750mila copie. Nella pagina dedicata ai commenti viene pubblicato un articolo dal titolo “Falcone, che peccato…” a firma di Sandro Viola, firma di punta del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’argomento del commento è il giudice antimafia che Viola prende di mira per via della sua esposizione mediatica. Un articolo durissimo che oggi, a vent’anni dalla strage di Capaci che fece saltare in aria Falcone, la moglie e la scorta, ritorna a galla con la violenza d’una colpa.
L’articolo, introvabile nell’archivio online di Repubblica, è oggetto di discussione in queste ore sulla Rete, ma nessuno l’ha pubblicato integralmente, in maniera da consentire al lettore un’autonoma valutazione di quel pezzo.
L’articolo è recuperato grazie all’Emeroteca Tucci di Napoli. Che ognuno faccia le sue valutazioni dopo averlo letto.

Viola attacca definendo Giovanni Falcone “magistrato che alla metà degli anni Ottanta inflisse alcuni duri colpi alla mafia”. Una definizione quanto meno riduttiva per l’anima del maxi-processo di Palermo, per colui che, lo dicono i suoi colleghi magistrati, individuò nuove tecniche e nuovi metodi per l’approccio alla questione mafiosa. Continua Viola: “da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato”.
Poi, l’accusa di essere diventato una sorta di esternatore, al pari dell’allora Capo dello Stato, il “picconatore” Francesco Cossiga: “Egli è stato preso – scrive Viola su Repubblica – infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica”.
La preoccupazione dell’editorialista è che Giovanni Falcone abbia perso il suo equilibrio. Gli chiede di lasciare la magistratura viste le sue rubriche sulle pagine dei giornali: “Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica”.
“Quel che temo, tuttavia – continua il pezzo – è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati”. Poi si passa all’analisi, anzi alla demolizione, del libro ‘Cose di cosa nostra’ scritto da Falcone con la giornalista francese Marcelle Padovani pure lei nel mirino della penna al vetriolo di Viola: “E scorrendo il libro-intervista di Falcone ‘Cose di cosa nostra’ s’avverte (anche per il concorso di una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi”.
Nel finale, Viola, pur ammettendo di trovarsi davanti ad un “valoroso magistrato” si chiede “come mai desideri essere un mediocre pubblicista”. Il giornalista ignorava che il giudice aveva intuito qualcosa: la necessità di comunicare ad una platea più vasta, da magistrato, la mentalità mafiosa. Inoculare il virus ai giovani, come come un vaccino, in maniera da renderli resistenti al fascino della cultura dell’omertà e della morte. “Non ha mai avuto una vita facile e anche stavolta c’è chi farà di tutto per rendergliela difficile”: qualche giorno dopo, dalle colonne della stessa Repubblica, qualcuno scriveva questa frase, riferendosi a Giovanni Falcone. Quel qualcuno si chiamava Giuseppe D’Avanzo.
[fonte Fanpage]
IN CASO DI TERREMOTO, ALLUVIONE O DI OGNI ALTRA CATASTROFE NATURALE, LO STATO NON PAGHERA’ PIÙ I DANNI AI CITTADINI..
1- NON SONO STATO, IO! IN CASO DI TERREMOTO, ALLUVIONE O DI OGNI ALTRA CATASTROFE NATURALE, LO STATO NON PAGHERA’ PIÙ I DANNI AI CITTADINI. ORA NON SAREBBE MALE SE IL GOVERNO DEI PROFESSORI, TRA LE REITERATE MARCHETTE A BANCHE E ASSICURAZIONI, TROVASSE IL TEMPO DI SPIEGARE A CHE COSA RITIENE CHE SERVA LO STATO E QUALI SIANO I SUOI COMPITI IRRINUNCIABILI. A PARTE FAR SOLDI CON LOTTERIE E VIDEOPOKER – 2- E’ BELLO VEDERE CHE I SAPIENTONI INSTALLATI A PALAZZO CHIGI DA RE GIORGIO BANALITANO CONTINUANO AD AVERE PROBLEMI CON LA MATEMATICA. “IMU: MANCANO 2,5 MILIARDI” – 3- SCIACALLI E IL SACRO CULO DEL BELPAESE: “GLI AVVOLTOI DELLA FINANZA CHE PUNTANO SULL’EUROPA NON HANNO TEMPO PER L’ITALIA PERCHE’ IL MOLOCH GIUDIZIARIO DEI TRE GRADI DI GIUDIZIO E DEI TANTI ANNI PRIMA DELLE SENTENZE SCONSIGLIANO INCURSIONI”. MA NON E’ FANTASTICO? SALVATI DALLA PARALISI DELLA GIUSTIZIA!
A cura di COLIN WARD e CRITICAL MESS
1- NON SONO STATO, IO…
Ci sono notizie che danno il senso di una (piccola) epoca. E del disfacimento anche morale di una comunita’, al di la’ del Trota con doppia paghetta pubblica, o del baldo tesoriere Lucky Lusi che prova a trascinarsi dietro un intero partito. “Terremoti e alluvioni, lo Stato non paga più’. Danni risarciti solo con assicurazioni”, titola in prima pagina Repubblica. “Torna la ‘tassa sulla disgrazia’: in caso di terremoto, alluvione o di ogni altra catastrofe naturale, lo Stato non paghera’ più’ i danni ai cittadini.
La norma spunta nel decreto di riforma della Protezione civile varato nei giorni scorsi dal governo e reintroduce il meccanismo gia’ bocciato dalla Corte Costituzionale. Secondo il decreto, in caso di calamita’ naturali, le risorse dovranno arrivare dall’aumento dell’accisa sulla benzina”.
Che per definizione porta inflazione e non e’ progressiva, ma colpisce i cittadini in modo indistinto qualunque sia il loro reddito. Non sarebbe male se il governo dei Professori, tra la docenza sull’universo mondo e le reiterate marchette a banche e assicurazioni, trovasse il tempo di spiegare a che cosa ritiene che serva lo Stato e quali siano i suoi compiti irrinunciabili. A parte far soldi con lotterie e videopoker.
Intanto e’ bello vedere che I Sapientoni installati a Palazzo Chigi da Re Giorgio Banalitano continuano ad avere problemi con la matematica. “Imu: mancano 2,5 miliardi. I sindaci stimano che il governo dovra’ alzare l’aliquota”. Lo dice perfino il Corriere di don Flebuccio de Bortoli (p. 1).
2- LA BAVA SEPARATA DALLE NOTIZIE (T’ADORIAM MONTI DIVINO)…
Sempre nuove avventure e nuovi ciuccessi internazionali per il Monti Trilateral! “Monti negli Usa fara’ da da pontiere tra Europa e Obama. Il premier aprira’ la sessione economica” (Corriere, p. 6). Poi Super Mario sfreccera’ con il suo mantello di lana cotta in Giappone, dove spegnera’ personalmente e a mani nude i reattori nucleari di Fukushima.
3- LE FACCE DEGLI SCIACALLI (ALTRUI)…
La crisi finanziaria internazionale ha molte facce e ogni tanto capita che i giornali, abbandonate per un attimo le analisi dei listini e i consigli per gli investimenti, facciano nomi e cognomi. Serve a catalizzare il risentimento del Parco Buoi fuori dai confini nazionali, ma certe storie sono comunque interessanti.
Repubblica oggi racconta “Gli avvoltoi della finanza che puntano sull’Europa. La Grecia deve 6 miliardi agli hedge funds. Paulson, Dart e Sheehan: ecco chi si arrichisce con i Paesi indebitati. Rendimenti a due cifre e incassi esentasse per chi ha comprato titoli ellenici a prezzo di saldo. Operazioni condotte su scala globale, dalla Romania allo Zambia. E con qualche colpo basso in tribunale” (p. 4). E in Italia? “I grandi avvoltoi non hanno tempo per l’Italia” perche’ “il moloch giudiziario dei tre gradi di giudizio e dei tanti anni prima delle sentenze sconsigliano incursioni”. Ma non e’ fantastico? Salvati dalla paralisi della giustizia.
4- LA BELLA POLITICA…
“Lega, soldi anche a Riccardo Bossi. Pagate anche le rate dell’universita’. Belsito gestiva i fondi prima delle nomina a tesoriere. La Rosy, Stiffoni e quella visita in banca: “Uscirono con borse piene di diamanti” (Repubblica, p. 12). Super trash la storia e reazione agli scandali dell’ex moglie di Riccardo Bossi, auscultata dal Corriere della Sciura: “E la ex moglie Maruska: nella vita si puo’ sbagliare, ma lui e Renzo messi al rogo. Avrebbe ricevuto 5.000 euro di alimenti dalle casse lumbard” (p. 13).
Che imbarazzo alla Procura di Roma, per l’abile chiamata di correita’ che il senatore Lusi ha fatto a Palazzo Madama. Adesso ai pm della Capitale tocca seguire Lucky Lusi sul suo terreno e verificare tutta la contabilita’ della Margherita, e non solo le ruberie personali del tesoriere. “Lusi: ecco a chi davo altri soldi. Rutelli lo attacca: e’ un ladro. L’ex tesoriere dice di aver saldato fatture per tutti i leader” (Corriere, p. 15).
Sul Cetriolo Quotidiano, ecco “La tela del ragno per incastrare i big. La strategia di Lusi per evitare le manette fornendo altre accuse che potrebbero portare a nuovi indagati tra i colleghi” (p. 2). Il problema e’ distinguere i pagamenti legittimi in quell’immane casino che era la gestione finanziaria dei margheritini.
5- UN CUPOLONE DI FIELE…
Altro colpaccio di Marco Lillo sulle trame curiali, per la disperazione dei vaticanisti: “Boffo a Bagnasco: ‘Se parlo io’. Poco dopo arriva la sua nomina. Una lettera dell’ex direttore di Avvenire prima del ruolo a Tv2000. Il giornalista scriveva nel 2010 al capo dei vescovi minacciando interviste su Bertone e Vian” (Cetriolo Quotidiano, p. 6).
Intanto Libero si accora: “Caccia alle talpe del Papa. Lettere inedite svelano segreti: dalla clamorosa nota per la cena tra Ratzinger e Napolitano, ai dubbi sull’Ici al caso Orlandi. La gendarmeria cerca chi le fa uscire. Ma il problema e’ la guerra di potere” (p. 1). Ormai, ci manca solo il morto.
6- AGENZIA MASTIKAZZI…
“Il ritorno delle mezze stagioni. Con i weekend sempre bagnati”. Il Corriere dedica un’intera pagina (la 27) all’appassionante tema, con tanto di intervista a Teo Teocoli (“Cosi’ mangio ancora l’ossobuco”) e lezioni di “stile’ di Gian Luigi Paracchini (“E dall’armadio rispunta il trench”). Imperdibile. Poi dice che uno si butta su internet.
7- CATAFALC SQUARE/1…
“Tutto il potere in mano ai sessantenni. In Italia i dirigenti più’ vecchi d’Europa. Politica, economia e Pubblica amministrazione: l’eta’ media e’ 59 anni” (Repubblica, p. 21). Grandi scoperte grazie alla statistica. Ma mettiamoci d’accordo. Se con le riforme pensionistiche siamo destinati a lavorare fino all’eta’ del catetere e se il governo del Rigor Montis richiama in servizio mummie come Enrico Bondi e Giuliano Amato, dobbiamo davvero inorridire davanti a queste statistiche? C’e’ che in Italia anche l’ipocrisia da’ i numeri.
8- CATAFALC SQUARE/2…
Stupore e delusione: “Adinolfi, i giovani disertano la manifestazione di Genova. Tremila in piazza: “Gli anni di piombo non torneranno”. “Una distesa di teste bianche e brizzolate, con sindacalistu, rappresentanti delle istituzioni, politici debitamente calibrati tra destra e sinistra anche sul palco”, racconta Alessandra Pieracci sulla Stampa (p. 13)
E a pagina 30, nella rubrica delle lettere, Mario Calabresi si dimostra intellettualmente più’ onesto di tanti suoi colleghi: “Dobbiamo evitare paragoni inutili e smettere di leggere l’Italia di oggi con gli occhiali degli anni Settanta. La situazione non e’ fortunamente la stessa e abbiamo bisogno di menti fresche per capire e mettere in guardia i giovani dal fascino distruttivo della violenza”.
9- FREE MARCHETT DEL PADRONCINO…
Mentre sulla tragica manfrina di Termini Imerese il governo della Frignero e di AirOne Passera chiede “spiegazioni”, Illustrato Fiat allieta i suoi lettori cassintegrati e i fornitori pagati a 300 giorni con le gesta di Yacht Elkann. Anche oggi, pezzo imperdibile: “Mille miglia, e’ festa sulle strade italiane. Al via anche John Elkann con la moglie su una Fiat SV” (Stampa, p. 23).
[fonte Dagospia]
Travaglio delegittima Grasso perchè odia Berlusconi
Noi non lo sapevamo. Ci era sfuggito che sulla poltrona di procuratore nazionale antimafia fosse seduto un abusivo. Un certo Piero Grasso, un furbetto non si sa bene di quale quartierino che ha letteralmente fregato il fregiato incarico al ben più titolato Gian Carlo Caselli, peraltro oggi ottimamente installato a Torino, dove si è guadagnato anche i nostri applausi per le inchieste senza se e senza ma su No Tav e relativa guerriglia.
Così va il mondo, ci eravamo persi qualcosa e ora è Marco Travaglio a spiegarci la vera storia dell’antimafia militante, dopo averci già proposto negli ultimi quindici anni la vera storia di Cosa nostra. Semplificando, tutti e due i fiumi portano a Silvio Berlusconi. Dunque ieri sul Fatto quotidiano il Travaglio furioso ha messo a posto lo spudorato Grasso che a Radio 24, nel corso del programma La Zanzara, aveva riconosciuto a Berlusconi quel che è di Berlusconi e del suo governo: i meriti, alcuni meriti, nello lotta a cosa nostra. Eresia. Scandalo. Pianto greco.
E allora il Travaglio sempre più furioso, invece di interrogarsi sul perché di quelle parole, le ha ricoperte di fango. Fango retrospettivo, fango capace di rovinare una carriera intera, fango che si attacca addosso. Sia chiaro: ci sono magistrati che non godono di unaclaque perenne, semplicemente perché fanno il loro lavoro, con discrezione. Alla Grasso, per intenderci: non c’è bisogno di strappare loro l’aureola perché nessuno l’ha mai appoggiata sulle loro teste. Altri giudici invece, al solo pronunciare il nome, vengono venerati come i santi. Due pesi e due misure. Pazienza. E allora Travaglio ha fatto di più: ha dipinto Grasso come un verme che striscia alla corte di Silvio e quando più gli serve, nel 2005, nei mesi in cui si deve nominare il nuovo procuratore nazionale, al posto di Piero Luigi Vigna, prossimo alla pensione, e due sono i contendenti: Grasso e Caselli. Due facce complementari della magistratura: Grasso è l’icona della normalità, Caselli è l’icona della magistratura militante. Ci eravamo persi però che Grasso fosse un verme. La sua colpa? Aver sfruttato le trame di Palazzo che, secondo il solito Travaglio, hanno accompagnato la sua elezione. Ecco, per il Fatto ci furono manovre e contromanovre per tenere alla larga da quella stanza Caselli e la compagine berlusconiana fra decreti e contorcimenti, le studiò tutte per affossare Caselli e mandare avanti il rivale. Non che non ci furono pressioni e schieramenti e divisioni, nella politica e nella magistratura, per quella poltrona come per tante altre. Stupisce però che si possa colpire così una persona perbene, fino a prova contraria, e si legga quella sofferta incoronazione come la didascalia di quella frase alla radio.
Ma è avvilente che si possa interpretare tutta una lunga carriera solo per virare su Arcore. Se non sbagliamo, e non sbagliamo, l’obliquo Grasso è lo stesso magistrato catapultato come giudice a latere al leggendario maxiprocesso, quello imbastito a Palermo contro la bellezza di 475 mafiosi e chiuso, dopo una camera di consiglio lunga come un conclave, con decine di ergastoli. Grasso, sì sempre lui, è lo stesso magistrato cui Giovanni Falcone, sì proprio Falcone, dice: «Vieni, ti presento il maxiprocesso», come il procuratore racconta nel suo freschissimo e a tratti commovente Liberi tutti (Sperling & Kupfer). Grasso, sì ancora lui, è lo stesso magistrato che rischia di saltare in aria quando i picciotti di Cosa nostra lo avvistano insieme a Giovanni Falcone, ancora lui, e a tre giornalisti – Attilio Bolzoni, Felice Cavallaro e Francesco La Licata – in un ristorante di Catania. Peccato che Travaglio ignori questi fastidiosi dettagli e tanti altri. Anzi, no. Uno va divulgato, come ha fatto lo stesso procuratore con Tiziana Panella per Coffee break su La7.
L’11 aprile 2006 quando viene catturato un certo Bernardo Provenzano, Grasso, pm fino al midollo, non si perde in proclami e conferenze stampa ma prova, da siciliano a siciliano, a prospettargli una collaborazione con lo Stato. Tanto che l’altro, disorientato, vacilla un istante prima di rispondere: «Sì, ma ciascun nel suo ruolo». Oggi Grasso guarda a quel passato che a Palermo è scritto nelle lapidi e replica: «Se penso alle delegittimazioni che in vita hanno subito Falcone e Borsellino mi sento fortunato».
Chapeau.
[Andrea Cuomo su Il giornale]
Perché gli artisti? MACAO è la risposta
“perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”.
E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
In nome del vuoto
Il 5 maggio un gruppo di artisti, architetti, insegnanti e studenti e lavoratori precari della scuola e della comunicazione hanno occupato un edificio chiamato Torre Galfa e l’hanno rinominato Macao. L’edificio è un grattacielo di trentacinque piani, abbandonato da quindici anni.
Dieci giorni dopo l’occupazione, mentre il corpo gigantesco del precariato cognitivo milanese cominciava a stiracchiare le sue membra e a sintonizzarsi con la torre, sono entrati in azione gli esecutori del piano di sterminio finanziario. Il proprietario, noto alle cronache giudiziarie come corrotto e corruttore, ha deciso che quel posto è suo e deve rimanere com’è: vuoto. Tutto deve essere vuoto nella città, perché il capitalismo finanziario ha bisogno di distruggere ogni segno di vita. Le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente inghiottite, annullate, perché i predatori possano espandere la loro insensata ricchezza.
Per la prima volta, occupando la Torre, il movimento è uscito dalla sfera dell’underground e si è proiettato verso l’alto. Non è un movimento di talpe, ma di sperimentatori. Le talpe ora debbono venire fuori, debbono occupare ogni spazio, e contenderlo all’organizzazione di morte che si chiama Banca Centrale Europea.
Artisti che vuol dire?
Perché gli artisti occupano spazi vuoti per restituirli alla collettività? Perché l’arte sembra tanto interessata a farsi attivismo proprio mentre il mercato invade lo spazio dell’arte e riduce l’attività degli artisti a lavoro astratto privo di significato?
Perché le istituzioni d’arte vive (non certo quelle italiane, che sono tutte morte, ma musei come il Vanabbe di Eindhoven o il Macba di Barcellona e cento altri simili istituti europei) sono così impegnate nella lotta contro il capitalismo finanziario? Perché La Biennale di Berlino è totalmente dedicata all’artivismo? Perché dOKUMENTA(13) diviene un laboratorio di ricerca e sperimentazione nell’arte dell’esodo e dell’abbandono dell’agonizzante capitalismo finanziario?
Un tempo la relazione tra arte e società era fondata sull’impegno. L’intellettuale e l’artista venivano fuori dalla loro sfera di isolamento dorato e aprivano le finestre al mondo e cominciavano a parlare con coloro che vivono nel mondo reale, nelle fabbriche e così via.
Ma adesso on si tratta di impegno: nella sfera del semiocapitale gli artisti sono direttamente coinvolti nel processo di semio-produzione, e la dittatura finanziaria taglia le risorse per la cultura e l’educazione.
L’effetto dei tagli è l’aumento dell’ignoranza, della brutalità dell’insensibilità.
Principi sauditi, mafiosi russi e predatori finanziari investono miliardi su Munch e su Matisse, il mercato dell’arte è invaso da soldi di provenienza criminale, ma gli artisti viventi sono impoveriti e precari, e il sistema della cultura e dell’educazione è ridotto alla fame.
Precarietà
L’arte è stata il luogo in cui la precarietà della vita del lavoro e del linguaggio è stata sperimentata come condizioni ambigua, povera e ricca, potenziale di liberazione e di miseria. La sussunzione del lavoro mentale nel ciclo di valorizzazione capitalista dà una nuova dimensione all’attività degli artisti nella sfera sociale: gli artisti sono lavoratori cognitivi la cui attività è soggetta a regole di sfruttamento ma al tempo stesso esprimono un rifiuto permanente della schiavitù capitalista.
Il XX secolo è stato l’epoca della perdita del centro, per dirla con Hans Sedlmayr: Ma è stato anche l’epoca dell’incertezza nel senso di Heisenberg. Il passaggio dalla produzione industriale all’epoca presente del semiocapitale sta nella dissoluzione della misura, della possibilità di stabilire una centralità, un ordine, un territorio.
Gli artisti non hanno bisogno di aprire le finestre per collegarsi con il mondo della produzione dello sfruttamento e della rivolta. Sono lavoratori, il loro lavoro è sfruttato, e cercano la strada della rivolta.
La precarietà è la condizione del lavoro nelle condizioni della valorizzazione globalizzata, e gli artisti sono i portatori della precarietà: portano precarietà nel loro stile di vita nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza e nella dissoluzione dell’identità.
Disidentità
La questione dell’identità è un altro approccio al presente della ricerca artistica.
A causa del processo di precarietà e deterritorializzazione la ricerca di identità tende a farsi aggressiva. La relazione tra tempo e valore diviene incerta e la relazione tra appartenenza e linguaggio è scossa: una gigantesca deterritorializzazione è in corso, e si cerca disperatamente di aggrapparsi a qualche tipo di appartenenza: identità nazionale, religiosa, etnica ritornano per alimentare qualche nuova forma di fascismo.
Fascismo è quando si nasconde una macchina da guerra in ogni nicchia. E la competizione neoliberale è il migliore incubatore del fascismo.
Quello che chiamano arte è in effetti un esercizio verso la disidentificazione. L’arte è un modo per sospendere il bisogno di appartenenza, un atto altamente terapeutico dal momento che divenire altro è la relazione generale con il territorio la comunità e la sfera sociale. Coloro che si autodefiniscono artisti stanno in effetti creando l’Ultima internazionale: l’internazionale di coloro che non sono identificabili, che non appartengono a nessuna patria, a nessuna religione a nessuna etnia a nessuna professione.
Terapia
Durante il decennio passato gli artisti più interessanti sono quelli che hanno avuto a che fare con la fenomenologia della sofferenza mentale: Lisa Athila nella video art, Jonathan Franzen nella letteratura, Melinda July, Gus Van Sant Kim Ki Duk nel cinema hanno saputo esprimere il corpo sociale frammentato e la percezione frenetica del tempo precario.
Ora l’arte comincia a fondersi con l’atto terapeutico della riattivazione della sensibilità.
Il semiocapitalismo, sfruttamento continuo delle energie nervose, produce una sorta di epidemia depressivo-panica nella mente sociale. La sensibilità è particolarmente colpita dall’accelerazione del ritmo del lavoro mentale, e dallo stress dell’attenzione. Competizione e depressione distruggono le premesse della solidarietà sociale.
Gli artisti hanno cominciato a ricostituire le condizioni per la solidarietà sociale che non è un valore etico né un programma politico, ma è piacere estetico empatico della presenza dell’altro.
La dittatura finanziaria è fondata sulla standardizzazione della politica. L’interazione della vita quotidiana è ingabbiata da automatismi: la competizione pervade lo spazio sociale e l’empatia è cancellata.
La sensibilità è la facoltà di comprendere quel che non può essere detto in parole, ed è una facoltà cruciale perché l’esistenza umana sia umana. L’empatia è legata alla sensibilità e senza empatia la solidarietà scompare e la relazione sociale diviene brutale, aggressiva, barbarica.
L’accelerazione dell’Infosfera e l’esaltazione della competizione, caratteri essenziali della dittatura neoliberale, hanno distrutto la facoltà della sensibilità. Restaurarla e reinventare questa facoltà è un compito degli psicoterapeuti e degli attivisti, ma è soprattutto un compito per gli artisti.
Attese
In aprile, invitato da un gruppo di attivisti e di artisti sono stato invitato a tenere un discorso al Museo di arte contemporanea di Bucarest.
Quando sono entrato nello spazio in cui si era riunita una piccola folla ho visto tre parole scritte sul muro: Give up hope. I ragazzi che mi avevano invitato mi spiegarono: siamo passati attraverso due diversi incubi, quello del comunismo totalitario e quello della dittatura capitalista. Secondo un recente sondaggio il 58% dei romeni ha nostalgia di Ceausescu. Nostalgia di Ceausescu? Incredibile, ma vero. Ecco cosa può produrre il capitalismo finanziario. Perché dovremmo sperare ancora?
L’ironia distopica (dist-irony) è il linguaggio di coloro che capiscono senza cinismo che la promessa della modernità è stata devastata dall’identificazione di modernità e dogma capitalista. La distopia è l’immaginazione attuale del futuro, e l’ironia è la distanza retorica dal discorso ipocrita del potere che si fonda su concetti falsi: austerità, ripresa, crescita.
L’austerità è un effetto della dittatura finanziaria, l’imposizione di un piano di riduzione del salario e della spesa sociale in favore della classe predatoria della finanza. La ripresa è la parola illusoria che si riferisce a una futura nuova epoca della crescita.
La crescita capitalistica non è possibile nel futuro d’Europa per due ragioni: le energie fisiche del pianeta sono in via di esaurimento, e non abbiamo più bisogno di aumentare il consumo. Non abbiamo bisogno di più lavoro, ma di una diversa distribuzione dei beni già prodotti, e di un diverso uso della potenza conoscitiva e creativa.
La crisi attuale non è solo un effetto della predazione finanziaria, ma anche dell’esplosione della bolla del lavoro. Grazie alla tecnologia la società europea ha bisogno di sempre meno tempo di lavoro. Il culto dogmatico della competizione trasforma questa ricchezza in una miseria, e costringe alla disoccupazione invece che ridurre il tempo di lavoro generale.
“Lascia perdere la speranza” è una provocazione dist-ironica che significa: non credere nelle promesse del potere, il capitalismo sta agonizzando, se non modifichiamo le attese di mondo che il capitalismo ha prodotto finiremo per cadere nella depressione e nel fascismo. Non attendere un futuro di espansione economica, pensa un futuro di redistribuzione egualitaria dei beni disponibili e di espansione dell’area della coscienza.
[fonte through europe]
Andrea Zoppini, era il sottosegretario alla Giustizia del governo Monti e gli è stato notificato un avviso di garanzia: le ipotesi di reato contestate sono concorso in frode fiscale e dichiarazione fraudolenta

«Sono stato raggiunto da una informazione di garanzia con riguardo a vicende delle quali mi sono occupato professionalmente alcuni anni fa. Ho piena fiducia nell’operato della Magistratura e ritengo di potere chiarire ogni aspetto che mi riguarda. Ritengo però che la situazione che si è creata sia oggettivamente incompatibile con la funzione di sottosegretario al Ministero della Giustizia. Per non pregiudicare, quindi, l’azione del Governo e del Ministro della Giustizia, che ringrazio per la fiducia che mi hanno voluto accordare, ritengo necessario rassegnare le mie dimissioni».
L’indagine della procura di Verbania nella quale è rimasto coinvolto il sottosegretario riguarda la società Giacomini che produce rubinetti e impianti per il raffreddamento in provincia di Novara. Andrea Zoppini come consulente legale avrebbe aiutato i titolari dell’azienda a compiere una frode fiscale, trasferendo e riciclando denaro all’estero. Corrado Giacomini e la sorella Elena sono stati arrestati domenica scorsa.
Il ministro della Giustizia Paola Severino ha detto di avere «piena fiducia» per Andrea Zoppini e «profondo apprezzamento» per il suo lavoro: «Ho accolto con dispiacere le sue dimissioni che, nonostante le mie insistenze, il professor Zoppini ha ritenuto di dover confermare. Comprendo la sua esigenza di poter così far valere pienamente le proprie ragioni nella sede appropriata».
(fonte Il post. Nella foto: Andrea Zoppini, foto Mauro Scrobogna/LaPresse)
…COSÌ ALLO SPORTELLO SCATTA UNA VERA E PROPRIA RIVOLUZIONE: BASTERÀ FARE UN PO’ DI PRELIEVI IN CONTANTE DI IMPORTI ELEVATI (E TUTTAVIA ANCORA LECITI) E CORRERE IL RISCHIO DI ESSERE “SCHEDATI” E SEGNALATI AL CERVELLONE DELLA FINANZA – CONTROLLI A RAFFICA SUI CONTI CORRENTI DELLE PERSONE FISICHE, VERIFICHE A TAPPETO SULLE OPERAZIONI CON L’ESTERO E LISTA NERA DELLE ATTIVITÀ PIÙ A RISCHIO – ARRIVA LA BLACK LIST DI PALAZZO KOCH: SCHEDATI GIOIELLERI, IMMOBILIARISTI, CONCESSIONARI D’AUTO, GALLERIE D’ARTE, OPERATORI DI E-COMMERCE, DI COMPUTER E CELLULARI
Stretta in banca per i furbetti delle tasse e sul denaro sporco: controlli a raffica sui conti correnti delle persone fisiche, verifiche a tappeto sulle operazioni con l’estero e lista nera delle attività più a rischio. Con la “scusa” dell’antiriciclaggio e della lotta all’evasione fiscale («strettamente collegati»), Banca d’Italia dà un giro di vite alle procedure per portare a galla fenomeni criminosi. Così allo sportello scatta una vera e propria rivoluzione: basterà fare un po’ di prelievi in contante di importi elevati (e tuttavia ancora leciti) e correre il rischio di essere “schedati” e segnalati alla Guardia di finanza.
Un salto di qualità rilevante quello sugli accertamenti in banca, contenuto in una recente comunicazione dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, gli sceriffi del riciclaggio. Nel dettaglio, via Nazionale ha reso più stringenti gli «schemi operativi» destinati ai colletti bianchi degli istituti oltre che a notai, avvocati, commercialisti. Di fatto obbligati a passare ai «raggi X» una valanga di operazione relative ai conti, ai depositi e ai movimenti di denaro cash.
Un’impostazione che, in qualche modo, sembra creare il presupposto per la nascita di un nuovo Grande fratello dei conti correnti bancari. Dopo quello dell’agenzia delle Entrate gestito dalla Sogei (braccio informatico dell’amministrazione finanziaria), arriva quello targato Bankitalia. Anche se le informazioni che usciranno (probabilmente) a ripetizione dagli sportelli bancari non arriveranno a via Nazionale, ma ai cervelloni della Guardia di finanza.
Del resto, l’antiriciclaggio, per gli aspetti investigativi e di polizia, è una competenza delle Fiamme gialle. Non a caso i nuovi schemi destinati agli istituti e ai professionisti, sono stati messi a punto «in collaborazione» con la Gdf, come spiega il documento di palazzo Koch.
In pratica è stato creato un monitoraggio a 360 gradi, con impegnative “indagini preliminari” da parte dei lavoratori bancari, che si trasformeranno, gioco-forza, in novelli Sherlock Holmes del denaro sporco e dell’evasione tributaria. Forse anche per la crisi che favorisce la criminalità organizzata e la circolazione di denaro sporco, Bankitalia ha deciso di alzare il livello di guardia e i controlli saranno ancora più ampi di quelli (non all’acqua di rose) in vigore finora.
L’altra novità è la black list o, meglio, l’elenco di «settori più esposti» a evasione e riciclaggio.Nella lista nera sono finiti: «attività di pulizia e manutenzione; attività di consulenza e pubblicitarie; settori dei materiali ferrosi, edile, dell’autotrasporto e del movimento terra, dei metalli preziosi, delle opere d’arte; mercati dei cosmetici; commercio all’ingrosso di olio e grano; scambio di servizi e diritti negoziati su piattaforme informatiche; attività di commercio di autoveicoli, di accessori per auto e di beni a contenuto tecnologico (computer, telefoni cellulari)».
Dall’e-commerce agli autosaloni, dal trasporto all’edilizia, dalla consulenza alle oreficerie Bankitalia si fida di pochi. Due le categorie di monitoraggio: frodi fiscali internazionali e frodi nelle fatturazioni. Per stanarle, le banche dovranno controllare sia il profilo «soggettivo» (persone o società attive nelle transazioni finanziarie sotto la lente) sia quello «oggettivo» (tipo di operazione in ballo). In tutto sono state previste 37 distinte verifiche: dalla residenza ai bilanci aziendali, dai prelievi di contante ai paesi destinatari di un bonifico, dalle società di carta alle fatture per consulenze. Un cambio di passo notevole.
Ma «l’evasione fiscale – motiva via Nazionale – in Italia ha dimensioni molto più ampie di altri paesi dell’Unione europea ed è uno strumento utilizzato per precostituire fondi da reinserire nel circuito economico ovvero per agevolare articolate condotte criminose». E magari si darà una botta all’economia sommersa che, una ricerca della stessa Bankitalia diffusa ieri, indica in aumento proprio con la crisi.
È stato registrato un balzo tra il 2006 e il 2008 in parte dovuto al botto del 2007: passando dal totale del 24,6% al 31,1% del Pil. Mentre il sommerso fiscale è aumentato di 3,5 punti percentuali, quello illegale di 3: totale 6,5 punti. Un quadro drammatico, quello dipinto dagli uomini del governatore Ignazio Visco. Che non ha avuto scelta e ha alzato il velo sul Grande fratello no stop.
[fonte Dagospia]
Mario Monti, durante la conferenza stampa all’ambasciata italiana a Washington, lo scorso 13 febbraio, afferma: “Le imprese americane, soprattutto le grandi, sono state sempre tra i fattori di spinta dell’integrazione europea, per il loro vantaggio materiale”.
Si dice che la matematica non sia un’opinione. Eppure, quando conviene, la logica viene messa da parte con una facilità disarmante. Per esempio, provate a contraddire il seguente ragionamento lapalissiano, se vi riesce.
IPOTESI
- La Commissione Trilaterale è un organismo privato nato per tutelare gli interessi delle aziende americane, in special modo quelle grandi, che ovviamente hanno più peso specifico, superando i limiti intrinseci imposti dai lunghi iter burocratici delle democrazie (vedi nota 1).
- I suoi membri dunque, e in special modo le sue più alte cariche, sono devotamente dedicati al perseguimento degli interessi di cui al punto 1 (dall’inglese “Committed”, vedi nota 2).
- Mario Monti è stato fino al mese scorso il responsabile dell’area europea della Commissione Trilaterale, con il compito preciso di realizzare l’integrazione europea (lo dicono loro, non lo dico io).
- Mario Monti, durante la conferenza stampa all’ambasciata italiana negli Usa, lo scorso 13 febbraio, afferma: “Le imprese americane, soprattutto le grandi, sono state sempre tra i fattori di spinta dell’integrazione europea, per il loro vantaggio materiale”.
Sconfitta storica per Angela Merkel
Cdu umiliata in Nord Reno-Westfalia
Il partito della cancelliera passa dal 34 al 26%, il peggior risultato del dopoguerra. Trionfo dei socialdemocratici, che salgono al 39% e restano al governo con i verdi. I Pirati volano al 7,5%
di ANDREA TARQUINI di Repubblica
BERLINO - Disfatta pesantissima, debacle doppia rispetto alle previsioni, per la Cdu della Cancelliera Angela Merkel alle elezioni di oggi nel Nordreno-Westfalia, il più popoloso Stato dei 16 della Repubblica federale e cuore industriale, minerario, operaio e politico del paese. Le sinistre democratiche volano grazie al trionfo della Spd, e la cancelliera esce così gravemente indebolita anche sul fronte europeo: la sua richiesta ossessiva di rigore a ogni costo perde peso e forza, perché la Spd chiede (come Monti e Hollande) impegni per la crescita, in cambio della ratifica del fiscal compact. Quando tra 48 ore circa Merkel riceverà alla cancelleria il presidente eletto francese, il socialista François Hollande appunto, sarà più debole davanti alle sue richieste di non voler governare l’Europa da sola e di fare di più per crescita e occupazione.
Vediamo i risultati, secondo le proiezioni di solito molto precise delle tv Ard e Zdf sulla base degli exit polls. La Cdu di Merkel precipita dal 34 al 25,5-26 per cento, un crollo doppio rispetto alle previsioni di prima del voto, che la davano attorno al 30%. Il suo capolista Norbert Roettgen, ministro federale dell’Ambiente e merkeliano di ferro, esce spazzato via, e lo schiaffo coinvolge tutto l’esecutivo.
Vola invece trionfante la Spd con la popolarissima governatrice uscente e futura Hannelore Kraft: il più antico partito della sinistra europea sale al 39 per cento. Stabili i Verdi al 12 per cento, quindi le sinistre democratiche sommate conquistano la maggioranza assoluta, non governeranno più a Duesseldorf con un gabinetto di minoranza. Vincono (eccezione) i liberali (Fdp, junior partner della cancelliera nel governo federale) salendo all’8,5 per cento, vincono ancora una volta i Pirati al 7,5 per cento, la Linke (sinistra radicale) crolla invece al 2,5 per cento ed esce dal Landtag, il Parlamento dello Stato. Anche la perdita di un rivale a sinistra è un successo in più per la Spd, che guidata da una donna nel cuore rosso della Bundesrepublik ha sonoramente sconfitto oggi la ‘donna più potente del mondo’. I contraccolpi europei e mondiali della disfatta di Merkel non si faranno attendere.
Tra l’altro Merkel e il suo pupillo Roettgen hanno perso contro Hannelore Kraft anche perché il governo federale e la Cdu rimproveravano alla governatrice socialdemocratica di spendere troppo. Troppi tagli e troppa austerità produrrebbero miseria come in Sud Europa qui nel cuore industriale della Germania, ha risposto Frau Kraft, e gli elettori le hanno dato ragione così come i francesi hanno preferito Hollande Sarkozy. E con Hollande appunto, martedì sera alla Cancelleria, Merkel avrà un confronto in una situazione che la obbligherà a cercare compromessi con il nuovo partner a ovest del Reno.
“In economia la teoria della neutralità della moneta esprime l’idea che il cambiamento della quantità di moneta ha effetti solamente sul valore nominale delle variabili come il prezzo, il salario e il tasso di cambio, ma nessuno sulle variabili reali come il Pil, l’occupazione e il consumo. La neutralità della moneta implica che la banca centrale non può influenzare l’economia reale (ossia, l’occupazione, il Pil, gli investimenti) semplicemente stampando banconote. Un qualsiasi incremento nell’offerta di moneta verrebbe immediatamente controbilanciato da un uguale aumento dei prezzi e dei salari”. Prendiamo in prestito questa definizione raggiungibile liberamente collegandosi a wikipedia (la biblioteca online) per rappresentare un piccolo spaccato di quel che caratterizza la discussione pubblica degli ultimi mesi. Pare che i fondi speculativi internazionali e il governo tecnico dei professori a qualcosa siano serviti.
Mentre il ‘burlesque’ cede il palcoscenico mediatico a un altro “fenomeno da baraccone” non ci distraiamo – stavolta no – dal governo che ammazza di tasse il popolo. La battuta scapperebbe facile in altri tempi.. Intanto il dubbio su chi abbia (e stia) provocando conseguenze umane non è dato sapere. Le provocazioni post elettorali lasciano spazio al ritrovato senso di responsabilità e il professore può continuare. Scommettiamo che per fugare il rischio di caduta del governo qualcuno si sia inventato il riconoscimento all’Italia per gli sforzi fatti? Tac! Dall’Europa, proprio ieri, giungono gli incoraggiamenti di Olii Rehn, vicepresidente della Commissione europea: “Non servono misure correttive, l’Italia raggiungerà il pareggio per mezzo punto nel 2013”. Scusi Rehn, ma dal Fondo monetario internazionale (Fmi) non avevano mica riferito che il pareggio, l’Italia, l’avrebbe forse raggiunto nel 2017? Ne avevamo persino riportato tutti i numeri previsti sul nostro settimanale qualche settimana fa.
La cosa ci puzza, con tutto il rispetto.
Magari è in arrivo una promozione del rating? Perché no?
Tutto per consentire a Monti di proseguire il (suo?) programma fino al 2013. L’alternativa di governo, forse, non piace all’Europa?
Intanto, come ciliegina sulla torta, ecco giungere in queste ultime ore pure gli aiuti per il Sud: 2,3 miliardi di euro per asili, anziani e imprenditori, attraverso il Piano di azione-coesione per il Mezzogiorno. I fondi si spostano dalle amministrazioni centrali dello stato.
Di queste risorse 7,2 milioni saranno destinati a velocizzare la giustizia civile al Sud: 4,4 milioni arrivano dai fondi comunitari e 2,8 dalle risorse nazionali (simbiosi Ue-governo italiano, non c’è che dire). Poi ci saranno soldi anche per le assunzioni, sgravi fiscali per chi assume giovani e per chi avvia attività imprenditoriali. Le regioni che godranno di questo momento favorevole sono Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Guarda caso, le regioni – ci vien da pensare – dove il vento dell’antipolitica non ha ancora soffiato.
Dulcis in fundo, varato anche il programma ‘Angels’, il piano per promuovere il rientro dei cervelli in fuga, e quello di sperimentazione ‘Social card’: 50milioni per i cittadini più poveri per circa 250mila persone.
Casualità?
Francamente qualche dubbio lo abbiamo.
La Banca centrale non può stampare moneta per soccorrere l’economia reale, ma di sicuro – stiamo vedendo – può operare trasferimenti. Riduttivo ricondurre a questa sintesi visto che le variabili, sappiamo, sono assai di più.
Ciononostante si respira una leggera brezza profumata, abbiamo la sensazione che il barile sia stato raschiato fino al fondo e che con un colpo di reni l’Italia stia tentando di rialzarsi. Dal profondo Sud registriamo una leggera ripresa: non economica ma mentale. C’è voglia di reagire. Ora non c’è più nulla da perdere.
Lo avvertiamo intorno a noi, e lo sanno pure loro (gli strateghi della crisi mondiale) che non c’è più nulla da spremere. Le vacche sono magre, ora occorre dar loro da mangiare.
Gli speculatori hanno tempo fino al 17 marzo 2013 (data ultima per le consultazioni politiche) per far quadrare il loro cerchio politico.
Noi ci limitiamo a sentire le opinioni di chi ci rappresenta, a livello locale e nazionale, per capire che intenzioni hanno e come ci traghetteranno verso la ripresa.
La politica è allo sbaraglio, preda dei mercati e del popolo inviperito, tra incudine e martello.
Eppure la soluzione è dietro l’angolo..
[Marilena Rodi su un settimanale locale di oggi]
CARO DI PIETRO, HAI INCASSATO 21 MILIONI E NE HAI SPESI SOLO 4. PERCHE’ INVECE DI PARLARE NON RESTITUISCI LA DIFFERENZA?
CON UN NUOVO, DEVASTANTE, J’ACCUSE, UN ALTRO ELETTO, STAVOLTA IL CONSIGLIERE PROVINCIALE IDV DI TERAMO, RICCARDO MERCANTE, ANNUNCIA L’USCITA DAL PARTITO: “L’IDV E’ L’OPPOSTO DI QUELLO CHE PENSAVO FOSSE”: E’ VERTICISTICO, PREDICA IN UN MODO E RAZZOLA IN UN ALTRO, ABUSA DELLE SPERANZE DEI GIOVANI, ED E’ IN MANO AD UNA CASTA CHE AFFONDA IN UNA VERA E PROPRIA QUESTIONE MORALE. MA SECONDO L’EX CONSIGLIERE IDV TUTTO QUESTO PRESTO VERRA’ SMASCHERATO.
Mercante costretto all’abbandono dalla dittatura del “colonnello” dipietrista in Abruzzo, il deputato, Augusto Di Stanislao, aspirante “banchiere”, denuncia che il perenne stato di emergenza imposto da Roma nella costruzione del partito è solo una scusa per mettere il silenziatore alle opposizioni contro le caste dipietriste locali. E ricorda come fino ad un anno fa l’Idv fosse a favore del finanziamento pubblico dei partiti e sempre Di Stanislao avesse firmato la richiesta di Sposetti di raddoppio del rimborso elettorale. “La predica televisiva la conosciamo tutti”, scrive Mercante, “la pratica interna invece resta ai più sconosciuta”. Un richiamo ai tanti giornalisti che ancora continuano a non voler vedere quello che accade a casa di Di Pietro.
Al presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro,
al segretario regionale IdV Alfonso Mascitelli
al capogruppo regionale IdV Carlo Costantini
e p.c. a tutto il direttivo regionale, provinciale e cittadino Teramo 27 Aprile 2012
Con la presente io sottoscritto Riccardo Mercante rassegno le mie dimissioni irrevocabili da membro del coordinamento provinciale di Teramo, dal coordinamento cittadino di Giulianova e comunico la mia intenzione di revocare l’iscrizione al partito dell’Italia dei Valori.
Continuerò a svolgere il mio mandato di consigliere provinciale da indipendente.
Sono stato eletto per la prima volta in un questa assemblea civica, nel 2009, aderendo all’Italia dei Valori che per me rappresentava un baluardo a difesa di due principi fondamentali: la legalità e la trasparenza. Due elementi che costituiscono le fondamenta di una democrazia i cui vincoli sociali devono essere retti da regole condivise che a loro volta devono essere concepite in modo che non si materializzino privilegi inaccettabili.
Praticamente l’opposto di quello che ho trovato nell’Italia dei Valori.
Perché se la predica televisiva la conosciamo tutti, la pratica interna ai più resta sconosciuta.
Infatti agli slogan ad effetto e alle intuizioni del presidente IDV, abilissimo a cavalcare l’onda del momento nei Talk Show, troppo spesso non seguono corrispondenti proposte e comportamenti. Ne viene fuori una rappresentazione desolante, un partito che tende alla conservazione degli status quo acquisiti. Una gestione interna insindacabile e verticistica delegata al colonnello plurincaricato di turno con l’obiettivo di soffocare il pensiero critico, la partecipazione ed il coinvolgimento dei militanti in prima linea che ci mettono faccia e soldi per affermare il primato degli interessi collettivi su quello privato del più forte. Un atteggiamento paradossalmente quasi masochistico vista la continua fuoriuscita di iscritti e lo scoramento che pervade la maggior parte dei pochi attivisti rimasti. I dati sugli scarsi risultati elettorali locali ne sono l’evidenza incontrovertibile.
D’altronde non potrebbe essere altrimenti. Salvo importanti iniziative del sottoscritto, l’assenza di una IDV provinciale è sotto gli occhi di tutti, completamente avulsa dalle problematiche del teramano. Lontana mille miglia dalla società civile, dalle reali esigenze del cittadino ormai alla frutta, anzi al torsolo della frutta. Non potrebbe essere altrimenti perché l’ubiquità non esiste ed i supereroi neanche. Ricordate i famosi doppi e tripli incarichi?
O si è adagiati sulle poltrone in alcantara di Roma a 18.000 euro al mese, o si è su quella di un SUV verso la Puglia alla ricerca di una disperata rielezione in parlamento, o si è su quella della segreteria provinciale accanto agli iscritti e al fianco dei cittadini a parlare di intere generazioni di mezzo che rischiano l’espulsione dal mondo del lavoro.
Mi chiedo ma il luogo di azione di un partito è il palazzo o la strada? Basta un referendum, ancorché demagogico, come quello sul finanziamento ai partiti e una bandiera sventolata per dire che si è in mezzo alla gente?
Proprio il tentativo di cambiare dall’interno la gestione tutta autoreferenziale e centralista della segreteria provinciale che non c’è (come dice Di Pietro) mi ha permesso di constatare di persona che il mancato radicamento sul territorio non solo è una triste realtà, ma cosa molto più grave, è una scelta voluta a tavolino dal partito. Infatti, mantenere uno stato organizzativo in perenne “emergenza”, ripetendo all’infinito “ci stiamo strutturando” se da un lato non permette alla base degli iscritti di partecipare alle decisioni importanti per la collettività, dall’altro inibisce alla radice qualsiasi azione di rinnovamento che inevitabilmente va a minare la rendita di posizione del capobastone locale e di riflesso dei suoi vassalli.
Il copione è: il processo decisionale è unidirezionale, Top Down, dall’alto verso il basso e non si discute. Così ai veri militanti, quei pochi rimasti, armati di buona speranza non resta che ingoiare la pillola per non usare altro termine. Basta vedere il trattamento riservato a De Magistris che appena ha sollevato i veli sulla questione morale interna ha subìto la ritorsione scomposta di Di Pietro che ha sperato di parcheggiarlo come semplice consigliere al comune di Napoli. Sappiamo poi per meriti esclusivi di Luigi come è andata a finire.
Altro che assenza di questione morale! Nell’Idv è viva e vegeta più che in ogni altro partito. Essa diventerebbe poca cosa, ancora importante certo, se la limitassimo alla sola “questione giudiziaria”. Ma non basta. La questione morale è, deve essere, questione “etica”, questione da ricondurre direttamente ai comportamenti individuali e collettivi di chi fa politica.
Ma l’aspetto più grave, come accennato prima, che mi induce a lasciare il partito è la troppa incoerenza tra quello che pratica e quello che predica, o meglio cerca di far intendere alla gente. E’ questa dicotomia (documentata) che svela in tutta la sua crudezza l’assoluta assenza di credibilità dell’IDV e salvo limitate eccezioni, dei suoi “politicanti espressione del peggio della politica” come li definisce Salvatore Borsellino quando scarica Di Pietro per aver tradito i suoi elettori. Sono convinto che il gioco perpetrato a danno di chi ripone la propria fiducia nell’IDV, abusando dei sentimenti e delle sane speranze dei numerosi giovani e simpatizzanti, prima o poi verrà smascherato nella sua intera portata. Perché se è vero che l’Italia è vittima della casta, è anche vero che la casta l’abbiamo prodotta noi. E a noi spetta mandarla a casa per ridare un futuro e una speranza ai nostri figli. Non abbiamo scelta!
Chiudo ponendo 3 semplici domande sulla COERENZA dell’IDV al presidente Di Pietro, al segretario regionale Alfonso Mascitelli e all’amico Carlo Costantini:
1 – IDV sta lanciando a squilli di tromba il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. A parte il fatto che nel ‘93 oltre il 90% degli Italiani si è già espresso contro, come mai solo un anno fa Aprile 2011 eravate a favore (Donadi, “Il Fatto quotidiano” 12/04/11) ed un vostro deputato Di Stanislao firmava, a sua insaputa (!) la proposta di legge del PD Sposetti per il raddoppio dei soldi pubblici ai partiti? Avete spiegato ai cittadini che con la raccolta di 500.000 firme intascate 260.000 di euro, cioè 0,52 € a firma? Ma soprattutto per le ultime elezioni politiche IDV ha ricevuto dallo Stato rimborsi elettorali per 21,649 milioni di €. Ha dichiarato 4,451 milioni di spese, dei quali solo 3,340 accertati. Perché allora i 18,309 milioni che ha nelle casse del partito non li restituite allo Stato, cioè ai cittadini? Per esempio destinandoli alle pensioni minime?
2 – IDV tuona in difesa delle fasce deboli e degli operai e si scaglia contro le istituzioni finanziarie e i poteri forti delle banche. Perché allora una banca l’avete fondata tramite il vostro deputato pseudo presidente-fondatore Augusto Di Stanislao?
3 – A Giugno 2012 decade come da regolamento congressuale la segreteria provinciale dell’Idv di Teramo eletta nel 2010 e bisognava rifare il congresso provinciale che avrebbe permesso democraticamente un ricambio generazionale ed il pensionamento definitivo del duo in carica Sacco-Di Stanislao. Nonostante reiterate richieste del sottoscritto ed altri stimabili consiglieri comunali di Teramo perché non consentite il loro regolare svolgimento?
Ringrazio e saluto affettuosamente i numerosi amici che militano nel partito che al galleggiamento nello stagno della ipocrisia e della pavidità, in attesa del tozzo di pane, preferiscono mantenere la schiena dritta con i piedi sulla terraferma.
Riccardo Mercante - Consigliere Provinciale di Teramo Teramo 27 Aprile 2012
MASCITELLI RISPONDE ALLE DOMANDE DI MERCANTE
«Dispiace sempre quando qualcuno decide di lasciare il nostro partito, anche se poi il dolore è compensato da tante persone, totalmente disinteressate, che si avvicinano a noi ogni giorno».
E’ questo il primo commento che il segretario regionale dell’IdV Alfonso Mascitelli ha rivolto alla polemica conferenza stampa del consigliere provinciale Riccardo Mercante, al quale dà subito le risposte alle domande poste.
«Rispondo subito, con il rispetto dovuto, alle domande che ci ha posto Mercante, tra l’altro già oggetto di valutazioni negli incontri del nostro partito e che per semplice distrazione lui evita di ricordare.
1) Un partito che non dà voce al pensiero critico (si presuppone il suo)? L’unica iniziativa pubblica di rilievo, promossa in tre anni di attività istituzionale dal consigliere Mercante, gli è stata totalmente rimborsata sino all’ultimo euro. E questo si fa per incentivare e non certo per scoraggiare chi ha qualcosa da dire.
2) I congressi provinciali a scadenza? I congressi non si decidono su base regionale, a seconda dei singoli casi e con la scadenza di uno yogurt, ma vengono deliberati con le stesse regole per tutte le regioni dall’Esecutivo Nazionale: quando verrà deciso l’IdV Abruzzo è pronta.
3) Banche? Il partito non consente gestioni o partecipazioni dirette di nostri rappresentanti, anche se non si deve confondere tra ciò che sono le banche d’affari e quelle che sono le funzioni di istituti di credito cooperativo a sostegno delle piccole imprese.
4) Finanziamento pubblico ai partiti? Anche qui Mercante si è distratto, perché dal nostro reingresso nel parlamento, in tutte le manovre economiche sono sempre presenti i nostri emendamenti per l’abrogazione: votati e bocciati!
L’onorevole Di Pietro ha già dichiarato che rinuncia alla prossima rata per farla destinare alle politiche sociali. E per quanto riguarda le risorse già presenti nelle casse nazionali del partito, in attesa che venga cambiata la legge, le procure e i tribunali che sono stati interessati ne hanno certificato l’assoluta trasparenza d’uso.
In ultimo, le firme che attualmente raccogliamo per la promozione della legge di iniziativa popolare non godono di alcun rimborso economico. Mercante si confonde con le firme per i referendum che sono altra cosa; ma questo forse per lui è un particolare marginale purche’ riesca a sparare nel mucchio».






