Travaglio delegittima Grasso perchè odia Berlusconi

Noi non lo sapevamo. Ci era sfuggito che sulla poltrona di procuratore nazionale antimafia fosse seduto un abusivo. Un certo Piero Grasso, un furbetto non si sa bene di quale quartierino che ha letteralmente fregato il fregiato incarico al ben più titolato Gian Carlo Caselli, peraltro oggi ottimamente installato a Torino, dove si è guadagnato anche i nostri applausi per le inchieste senza se e senza ma su No Tav e relativa guerriglia.

Marco Travaglio

Così va il mondo, ci eravamo persi qualcosa e ora è Marco Travaglio a spiegarci la vera storia dell’antimafia militante, dopo averci già proposto negli ultimi quindici anni la vera storia di Cosa nostra. Semplificando, tutti e due i fiumi portano a Silvio Berlusconi. Dunque ieri sul Fatto quotidiano il Travaglio furioso ha messo a posto lo spudorato Grasso che a Radio 24, nel corso del programma La Zanzara, aveva riconosciuto a Berlusconi quel che è di Berlusconi e del suo governo: i meriti, alcuni meriti, nello lotta a cosa nostra. Eresia. Scandalo. Pianto greco.

E allora il Travaglio sempre più furioso, invece di interrogarsi sul perché di quelle parole, le ha ricoperte di fango. Fango retrospettivo, fango capace di rovinare una carriera intera, fango che si attacca addosso. Sia chiaro: ci sono magistrati che non godono di unaclaque perenne, semplicemente perché fanno il loro lavoro, con discrezione. Alla Grasso, per intenderci: non c’è bisogno di strappare loro l’aureola perché nessuno l’ha mai appoggiata sulle loro teste. Altri giudici invece, al solo pronunciare il nome, vengono venerati come i santi. Due pesi e due misure. Pazienza. E allora Travaglio ha fatto di più: ha dipinto Grasso come un verme che striscia alla corte di Silvio e quando più gli serve, nel 2005, nei mesi in cui si deve nominare il nuovo procuratore nazionale, al posto di Piero Luigi Vigna, prossimo alla pensione, e due sono i contendenti: Grasso e Caselli. Due facce complementari della magistratura: Grasso è l’icona della normalità, Caselli è l’icona della magistratura militante. Ci eravamo persi però che Grasso fosse un verme. La sua colpa? Aver sfruttato le trame di Palazzo che, secondo il solito Travaglio, hanno accompagnato la sua elezione. Ecco, per il Fatto ci furono manovre e contromanovre per tenere alla larga da quella stanza Caselli e la compagine berlusconiana fra decreti e contorcimenti, le studiò tutte per affossare Caselli e mandare avanti il rivale. Non che non ci furono pressioni e schieramenti e divisioni, nella politica e nella magistratura, per quella poltrona come per tante altre. Stupisce però che si possa colpire così una persona perbene, fino a prova contraria, e si legga quella sofferta incoronazione come la didascalia di quella frase alla radio.

Ma è avvilente che si possa interpretare tutta una lunga carriera solo per virare su Arcore. Se non sbagliamo, e non sbagliamo, l’obliquo Grasso è lo stesso magistrato catapultato come giudice a latere al leggendario maxiprocesso, quello imbastito a Palermo contro la bellezza di 475 mafiosi e chiuso, dopo una camera di consiglio lunga come un conclave, con decine di ergastoli. Grasso, sì sempre lui, è lo stesso magistrato cui Giovanni Falcone, sì proprio Falcone, dice: «Vieni, ti presento il maxiprocesso», come il procuratore racconta nel suo freschissimo e a tratti commovente Liberi tutti (Sperling & Kupfer). Grasso, sì ancora lui, è lo stesso magistrato che rischia di saltare in aria quando i picciotti di Cosa nostra lo avvistano insieme a Giovanni Falcone, ancora lui, e a tre giornalisti – Attilio Bolzoni, Felice Cavallaro e Francesco La Licata – in un ristorante di Catania. Peccato che Travaglio ignori questi fastidiosi dettagli e tanti altri. Anzi, no. Uno va divulgato, come ha fatto lo stesso procuratore con Tiziana Panella per Coffee break su La7.

L’11 aprile 2006 quando viene catturato un certo Bernardo Provenzano, Grasso, pm fino al midollo, non si perde in proclami e conferenze stampa ma prova, da siciliano a siciliano, a prospettargli una collaborazione con lo Stato. Tanto che l’altro, disorientato, vacilla un istante prima di rispondere: «Sì, ma ciascun nel suo ruolo». Oggi Grasso guarda a quel passato che a Palermo è scritto nelle lapidi e replica: «Se penso alle delegittimazioni che in vita hanno subito Falcone e Borsellino mi sento fortunato».

Chapeau.

[Andrea Cuomo su Il giornale]

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  1. Francesco Spinelli scrive:

    GRASSO SI DELEGITTIMA DA SOLO QUANDO SOSTIENE CHE DON LUIGI CIOTTI E’ DEL PARERE CHE IL NUOVO CODICE ANTIMAFIA RAPPRESENTA UN PASSO INDIETRO PERCHE’ ” VORREBBE CHE TUTTI I BENI CONFISCATI VENISSERO ASSEGNATI A LIBERA ” Locri Casa della cultura – 16.10.2011

    Ma in quale Paese al mondo, il presidente del consiglio annuncia alle agenzie (lo ha fatto Silvio Berlusconi) che in occasione dell’undicesimo anniversario della strage di Capaci (23 maggio 2003) si recherà sul luogo dell’agguato a inaugurare la stele decisa dalla presidenza del consiglio? Direte: che male c’è? Niente di male. Solo che pochi giorni prima dell’anniversario si scopre che quella stele non c’è mai stata. E, di conseguenza, Berlusconi è costretto ad annullare di gran carriera la sua visita annunciata in ricordo del sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montanari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani. Roba da governo dei cani, ce lo volete consentire? Neanche adesso è tutto. Ma in quale Paese al mondo, il presidente della commissione antimafia (il senatore di Forza Italia, Roberto Centaro), in occasione della presentazione della relazione di maggioranza (fine luglio 2003), si permette di dire che poiché sino a oggi i processi non sono stati in grado di individuare i «mandanti» delle grandi stragi che hanno insanguinato l’Italia, se ne deve dedurre che i mandanti non ci sono, e che affermarne l’esistenza («rumore informativo»), è il frutto avvelenato della strumentalizzazione di sinistra? Ma in quale Paese al mondo un premier dichiarerebbe (lo ha fatto Berlusconi) che «i giudici sono matti»? Rileggiamola allora quella dichiarazione al settimanale inglese The Spectator (settembre 2003): «Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente, e secondo me sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antopologicamente diversi dal resto della razza umana». Chiara l’antifona? Ma in quale Paese al mondo un uomo politico offenderebbe (lo ha fatto Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato) le due sorelle dei magistrati-simbolo entrambi assassinati dalla mafia? Ricordiamo le parole di Schifani: «Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, con le loro dichiarazioni, hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli» (si erano permesse di criticare aspramente Berlusconi proprio per le sue frasi sui «giudici matti» nda ). Ancora: «le due signore, entrambe militanti a sinistra, non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito a una ristrettissima cerchia di magistrati (sic!) ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività». (…) E lasciateci dire anche questo: in quale Paese al mondo si approva una legge (il lodo Schifani) per mettere al riparo il presidente del consiglio da indagini e processi passati presenti e futuri? Che in Italia ci sia un colossale conflitto di interessi nel resto del mondo lo sanno tutti, e anche quegli italiani che per il governo dei cani hanno votato senza tentennamenti. Come tutti sanno che il mondo dell’informazione televisiva è ormai attraversato da scorribande stucchevoli, con il Tg1 ridotto a qualcosa che assomiglia troppo da vicino ai vecchi Film Luce. La domanda è questa. Di fronte al panorama che abbiamo descritto, quale volete che sia la determinazione del governo Berlusconi nel combattere la mafia? A ottobre 2001, la Dia aveva rilanciato l’allarme su possibili nuovi attentati dinamitardi, disegnando lo scenario di uno scontro tra carcerati e uomini d’onore in libertà. Sulla spinta di questo allarme, l’opposizione insorse, e il 19 dicembre 2002 diventò definitivo il 41 bis. Una foglia di fico? Giudicate voi. In compenso, il buon ministro degli interni, Beppe Pisanu, cerca di darsi da fare. Arresta latitanti di ‘ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita e terrorismo vecchio e nuovo. Ma la Sicilia resta tranquilla. La Sicilia, a suo tempo, ricambiò con maggioranze bulgare Forza Italia. Resta – come dicevamo – quell’inquietante striscione esposto allo Stadio di Palermo. Segno forse che i mafiosi (famelici) si aspettavano di più dal governo dei cani. Le prossime scadenze elettorali diranno una parola definitiva su ciò che ribolle nel magma sotterraneo della Sicilia, regione, non dimentichiamolo, che da sola conta ormai quasi sei milioni di abitanti.

    23 maggio 2004

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