“Italiani, siete al bivio: o rinascita o fallimento”

I periodi di trasformazione e di accelerazione storica non si portano dietro solo l’adrenalina delle novità, ma anche i rischi dell’ignoto. L’Italia si trova esattamente in questo punto, cruciale e delicato, in cui lo sguardo è annebbiato, nulla si distingue bene e non si riesce a immaginare il futuro. Molti italiani dicono di sentirsi persi e di non riconoscere più la loro nazione. Altri stanno cercando nuovi punti di riferimento ma non li trovano. Altri ancora fanno resistenza a ogni mutamento e sognano un ritorno al passato. In questo scenario offuscato, confuso e incerto, però, i segnali di quello che sarà il nostro Paese ci sono e sono anche molti, ma a vederli più nitidamente è lo sguardo altrui che, si sa, aiuta a mettere a fuoco le sfocature e a comprende meglio se stessi. E allora, per provare a guardare l’Italia con occhi più obiettivi e distaccati, abbiamo interpellato alcuni scrittori stranieri che, come per una “convocazione biblica”, si sono trasferiti in Italia per scelta o per caso, per amore o per necessità e che, con il tempo, hanno maturato legami, idee, visioni e l’amore verso l’uso della lingua italiana per scrivere le loro opere, arricchendo così il panorama letterario nazionale. Nell’ultimo ventennio, infatti, il nostro Paese è diventato una delle mete predilette per intellettuali, autori e poeti provenienti da tutto il mondo (Austria, Algeria, Albania, Argentina) e non solo dalle ex colonie (Libia, Somalia, Etiopia), come accade in Francia e in Inghilterra, che sembrano avere una visione sociopolitica più chiara degli italiani dell’attuale momento storico e dell’Italia che verrà. Sono tutti concordi nel descrivere il nostro Paese gravido di cambiamenti e vicino al parto di una nuova società più aperta alle diversità e all’accoglienza dell’Altro e meno schiava di stereotipi e pregiudizi che stanno bloccando i processi di convivenza e scambio tra persone di culture diverse. Secondo il poeta e scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins, però, “ci sarà bisogno di un taglio cesareo, con dolori indispensabili, ma grazie alle numerose riserve creative nascerà una società più giusta e più cosmopolita”.


Julio Monteiro Martins, da Niterói, la sua città, è approdato in Italia passando per il Portogallo. Qui ha conosciuto la sua futura moglie italiana che gli ha aperto le porte della Toscana. Da 20 anni vive a Lucca, scrive sia in portoghese sia in italiano, insegna lingua portoghese e traduzione letteraria all’Università di Pisa, ha fondato e dirige la rivista letteraria Sagarana.net, che ospita narrativa e poesia internazionali. Per descrivere l’attuale situazione italiana Monteiro Martins sceglie l’immagine della sospensione e in particolare di quel preciso, agghiacciante, momento che precede uno tzunami. “Ho la sensazione che stiamo vivendo nell’istante in cui l’acqua si ritira e si prepara all’inondazione, all’arrivo dell’onda gigantesca che spazza via tutto” spiega. “Pur essendo impantanata nei meccanismi del governo Monti, che è il mascherato proseguimento dell’era berlusconiana, l’Italia vivrà inevitabilmente, in breve tempo, un enorme cambiamento sociale – precisa lo scrittore – perché per sua natura l’Italia è condannata a essere una democrazia multietnica. In momenti cruciali come questi, però, il ruolo degli scrittori è fondamentale. Peccato che gli autori italiani di oggi abbiano perso la dimensione critica necessaria e la cultura s’è invecchiata improvvisamente. Ho creato la rivista proprio perché avvertivo il bisogno di ricordare agli italiani che la scrittura ha altri compiti, diversi dall’andare da Marzullo. Lo scrittore non è un servo di lusso, ma è padrone di se stesso, come ho imparato dagli autori latinoamericani”.
Anche la scrittrice e poetessa Tijana Djerkovic, nata a Belgrado in una famiglia ortodossa, si è trasferita in Italia per motivi sentimentali nel ‘87. Oggi vive nella zona dei Castelli romani con il marito salernitano e due figli e scrive sia in italiano sia in serbocroato e ha quasi terminato un romanzo che narra l’emigrazione dal Montenegro all’Alaska. Il coraggio di usare la parola Tijana l’ha ereditato dal padre Momcilo, poeta serbo all’epoca di Tito. “Tutti pensano che le persone arrivate dai Balcani siano scappate, ma non è vero. Io stavo bene a Belgrado. Ero una ragazza libera. Viaggiavo e studiavo. Non ho mai sentito la presenza di una dittatura. Sono venuta in Italia per curiosità, come sono stata in tanti altri Paesi, cosa che oggi purtroppo sarebbe impossibile per un giovane serbo. E poi ci sono rimasta. Ma quanto è cambiata l’Italia ultimamente!”, sostiene l’autrice di “Il cielo sopra Belgrado” (Noubs), dedicato ai bombardamenti Nato del ’99. Dice: “Io penso che gli italiani non amino più l’Italia. La ammirano e la rispettano più gli stranieri che la abitano. Gli italiani sono diventati superficiali e rassegnati”. La scrittrice e poetessa Sarah Zuhra Lukanic, nata a Spalato, in Croazia, da mamma musulmana e papà cristiano, e arrivata a Roma nell’87 affascinata dall’Opera, dalla cultura italiana e dai racconti della nonna che era nata a Udine. La sua scoperta della città per molti anni è avvenuta dietro i banconi dei locali notturni: “Ho vissuto da pipistrello. Solo di notte. Facevo la barman e la sommelier in centro e, grazie a quest’esperienza, ho capito molte cose dell’Italia, ma ancora non mi spiego come il popolo italiano riesca a sopportare umiliazioni, al limite del masochismo, come sono stati i vent’anni di Berlusconi, personaggio che a me ricorda addirittura Mussolini! Nell’ultimo decennio la nazione si è spenta pian piano proprio a causa sua. La gente si è depressa. Me ne accorgevo al bar. Avevo l’impressione che tutti bevessero per dimenticare. S’era diffusa la moda degli sciortini, alcolici da bere in un sorso solo. Cosa che ha privato le persone di godersi un drink lentamente, come succedeva un tempo. Mentre nella mia terra si pagano vent’anni di guerre, qui oggi si pagano vent’anni di berlusconismo”. Sarah Zuhra Lukanic scrive da quando aveva 14 anni e dal 2007 preferisce usare la lingua italiana per i suoi testi. Fa parte della Compagnia delle Poete formata da Mia Lecomte e va in giro a recitare i suoi poemi. Le è caro il tema del lavoro e si dice ottimista per il futuro dell’Italia. “Siamo giunti già al letame. È il momento che nascano i fiori!”, esclama. E qui le fa eco la scrittrice Sonya Orfalian, figlia della diaspora armena, secondo la quale, tuttavia, l’Italia non è ancora giunta al post-berlusconismo, né al post-leghismo.
Sonya Orfalian è nata in Libia dove ha trascorso l’infanzia come rifugiata e, all’età di 11 anni, nel 1970, dopo il colpo di Stato di Gheddafi, ha trovato asilo a Roma e qui ha proseguito gli studi. Per preservare la memoria del suo popolo ha scritto “La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo”, elogiando il cibo come veicolo di conservazione e di diffusione delle culture. “Oltre a essere in Europa, l’Italia ha una posizione privilegiata – sottolinea la scrittrice – visto che si estende dolcemente su quel mar Mediterraneo che bagna molti Paesi. Questa collocazione geografica è la sua fortuna da sempre. La storia delle civiltà del Mediterraneo ha dato avvio e sviluppo a idee che hanno fatto la storia del mondo. Sono d’accordo con il giornalista Curzio Maltese quando scrive che ‘la cucina italiana è una smentita quotidiana alla xenofobia ideologica, quella che rifiuta la prospettiva della società multietnica. Perché è da secoli multietnica, miscela formidabile e squisita di culture disparate, dall’araba alla nordeuropea’. Dunque, malgrado tutto, vedo il futuro dell’Italia, anche quello della letteratura, ricco di possibilità. Ricco di idee, intendo, non di economie. Quelle non sono mai prese in considerazione da poeti, letterati e artisti nel percorso della loro creatività”.
Anche Bozidar Stanisic, nato a Visoko, in Bosnia, arrivato in Italia per fuggire dalla guerra del ’92, “non esiste nessun post che riguarda fenomeni politici e sub-culturali come il berlusconismo e il leghismo”. Per Stanisic si tratta di fenomeni trasversali: “Il berlusconismo è paragonabile a un gas che cercava il suo contenitore. Non è nato da nulla, era solo in attesa della possibilità di diffondersi. Il leghismo è un movimento populista, radicatosi al Nord, con molti anti: anti-immigrazione, anti-Roma, anti-Europa eccetera, e con pochi pro, tra l’altro annebbiati dalla retorica urlante, ora compromesso da vere ruberie. Ha influito molto, tuttavia, sulla rinascita della politica come negazione dei diritti dell’Altro e del diverso. Il leghismo e il berlusconismo, insieme alla continua crisi della sinistra, in un certo modo sono prodotti dell’individualismo e dell’egoismo dell’italiano comune. Avendo conosciuto prima l’Italia dell’alternativa, della solidarietà, quella non razzista e non xenofoba, personalmente ho avuto dei problemi ad accettare che quest’altra Italia diventasse dominante”. Bozidar Stanisic è fuggito dalla Bosnia nella terribile estate del ’92 ed ha trovato asilo in Italia, dal primo novembre, a Zugliano, paese nella periferia sud di Udine, in cui era appena cominciata l’attività del Centro di accoglienza per profughi, richiedenti asilo e immigrati “Ernesto Balducci”. Ricorda: “Fui catapultato in Italia dalla polizia slovena che dapprima voleva rimandarmi in Bosnia considerandomi disertore e clandestino. Poi cambiarono idea e mi lasciarono la scelta: Austria o Italia. Io scelsi l’Italia e, come primi rifugi, trovai una chiesa sul Carso giuliano, poi Trieste, città in cui si realizzò una catena di solidarietà nei miei confronti, e subito dopo Zugliano. Qui per lui è cominciata la “rinascita come scrittore”, dopo la carriera avviata a Sarajevo tra testi radiofonici, critica letteraria e racconti per l’infanzia. “Scrivo in italiano quando sento la necessità di esprimere un messaggio o una frase messa in arte letteraria – spiega – per me l’italiano è innanzitutto la lingua della ratio. Poi ha assunto i suoni dell’amicizia di numerose persone incontrate qui, ma sono più legato alla mia lingua madre, il serbocroato, scomparso dagli standard delle tre lingue ufficiali e innanzitutto politiche in Bosnia (bosniaco, serbo, croato). Il serbocroato è il mio yiddish: la mia unica vera patria”.
Diverso è l’approccio per Sonya Orfalian che, parlando l’armeno, l’arabo, l’inglese, il francese, lo spagnolo, un po’ di greco e di turco, non si pone alcun problema sulla scelta della lingua. “Per me non fa differenza scrivere in italiano o in altre lingue. L’importante è arrivare a esprimere un concetto più direttamente possibile. Certo è che scrivere in una lingua che eredita una straordinaria tradizione di cultura, la lingua di Dante, è qualcosa che infonde uno speciale senso di responsabilità: si diventa più consapevoli, si ha il massimo rispetto nell’affrontare le profondità e le stratificazioni storiche e culturali che le parole portano con sé e con cui costantemente ci si ritrova a fare i conti”.
Per la scrittrice e poetessa tedesca Eva Taylor, autrice, tra gli altri suoi libri, de “L’igiene della bocca” (Obliquo), in Italia da 26 anni, l’incontro con l’italiano è stato cruciale per far emergere il suo talento: “Ho cominciato ad amare l’italiano a sei anni, sentendolo alla radio. Nelle lunghe ore pomeridiane degli autunni tedeschi ascoltavo la radio da sola. Non ascoltavo le notizie, ma aspettavo che succedesse un miracolo, che arrivasse una melodia a portarmi via, che qualcuno scendesse dalla scatola e mi conducesse altrove. Così ho incontrato una lingua che era come un paesaggio colorato. Fu il prete che veniva la domenica a pranzo a dirmi che quella lingua era l’italiano. Ho attraversato la lingua-paesaggio con una lenta passione che alla fine mi ha portato qui in Italia, dove mi sono presa finalmente la parola. Ed è stata la lingua italiana a darmi una libertà d’espressione che poi ho trovato anche scrivendo in tedesco”. Eva Taylor oggi vive a Firenze e insegna lingua tedesca a Bologna. Per lei gli italiani “devono ancora prendere coscienza del cambiamento in atto, cioè che si sta andando verso una differenziazione culturale maggiore rispetto a quella esistente”. Crede, tuttavia, che “sarà difficile trovare un equilibrio tra l’abbandono di vecchi modelli e nuove forme di vita, ma il processo è inarrestabile e, se non si sarà pronti mentalmente, farà male”.

Francesca Bellino su Reportage

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...