MA DOVE CI PRESENTIAMO?

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Viaggi della speranza, posizioni strumentali, dichiarazioni politiche funzionali per il consenso elettorale, indignazione quanto basta, fiaccolate e sit-in di piazza e chi più ne ha più ne metta. Insomma, il fermento post trauma è sempre lo stesso: se si consuma un atto tragico le coscienze del mondo si mobilitano istantaneamente verso l’occupazione mediatica della scena, poi passato il santo passata la festa. Di Lampedusa, la settimana scorsa, ne abbiamo lette di ogni, sentite altrettanto e riflettuto fin troppo. Conclusione? Si potrà rivedere la legge Bossi-Fini, ma ci scappa di pensare se davvero sia solo questa la soluzione. Ci pare piuttosto il solito palliativo propagandistico per tirare la giacchetta ognuno dalla propria parte. Si è persino scritto da qualche parte che durante quel viaggio della speranza le donne hanno subito violenza sessuale da parte dei ‘compagni di cammino’ e che una di loro avesse persino perso il bambino che portava in grembo. Stupri, lussi che anche i profughi si possono permettere..

Criticare una legge è funzionale, come lo è criticare una parte politica. Mentre l’Italia resta in una posizione internazionale che (forse) dobbiamo subire solo perché siamo un promontorio strategico nel Mediterraneo e tutti vorrebbero metterci le zampe sopra. L’aspetto geografico chi lo considera dunque? Al fatto che ci stiano smantellando i gioielli di famiglia (e questa becera classe politica lo sta consentendo) per tornaconto economico a chi pesa? Tempo fa dicevamo che le conseguenze di ‘vite al limite’ in zone calde avrebbe procurato profughi di guerra, ma allora era – giustamente – più importante pensare a comunicare gli investimenti sugli F35 (seppur già decisi, per quanto indegni per una nazione che si proclami pacifista) invece di programmare un’azione politica strategica ai tavoli che contano. L’Italia continua a fare il maggiordomo a ben altre ingombranti potenze economiche. Si lascia usare con quell’atteggiamento da finto-furbo mentre le portano via pure le mutande. Ma i nostri politici fanno i democristiani. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, l’importante è sopravvivere oggi per se stessi e garantire posizioni di rendimento alle famiglie (naturali e politiche). Il resto, la massa, pagasse le tasse e non s’occupi degli affari che contano. Tanto, chi glieli racconterà?

Così accade che nella provincia geografica e culturale quello che conta non arrivi nemmeno. Un po’ come il dibattito aperto sulle candidature a Capitale europea della cultura che 21 città italiane hanno avanzato. Ventuno città, diciamolo subito, di medie dimensioni. Come Bari, Taranto, Lecce, per esempio.

I flussi migratori – negli ultimi anni – si sono diretti verso le aree più sviluppate, più globali, più innovate e più multiculturali, in grado di offrire infrastrutture per scambi veloci e architetture intellettuali in grado di sostenere le iniziative. La comunicazione s’è fatta più incalzante e gli investimenti sono finiti verso le aree di attrazione maggiore. E ci mancherebbe: la prima regola per chi organizza eventi è concentrare il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato su location che garantiscano, appunto, mezzi di trasporto regolari e continui, strutture ricettive in grado di accogliere tutte le tasche, viabilità e parcheggi sufficienti per non spazientire i ‘turisti’, capacità di relazioni internazionali (supportate dunque dalla dialettica in lingue straniere) etc etc. Per non citare, nostro malgrado, l’humus urbano che ‘subisce’ un grande evento come la candidatura di cui sopra. Se qualche volta la classe politica – per opportunità – proietta la propria comunità verso certi ambiti traguardi dovrà interrogarsi su quale sia stata l’offerta culturale della comunità che appunto rappresenta prima di galoppare con la fantasia. Questo per dire che se ancora strumentalizziamo le tragedie come Lampedusa e lasciamo che la provincia resti periferica sarà difficile che la nostra pseudo vocazione internazionale si attui nelle nostre menti.

In provincia, ancora, si fa fatica a esercitare un diritto perché si scambia per favore. E l’ignoranza delle moralità cittadine impedisce qualunque avanguardia storica: l’arte, per esempio, che è l’espressione del turbamento sociale, non viene considerata né più né meno di un orpello ingombrante da piazzare automaticamente in qualche piazza o in qualche sala pur di tenere contenti gli elettori che bussano alla porta. Gli artisti, sonda intelligente della società, traducono i nostri sentimenti con opere contemporanee che spesso fanno rabbrividire, e non perché siano brutte, ma agghiaccianti per il messaggio che veicolano. Non scordiamoci che contemporaneo significa presente, e se le opere di fronte alle quali ancora ci incantiamo sono rinascimentali allora dovremmo seriamente interrogarci. Il Rinascimento, in filosofia, è il periodo in cui il popolo di quel tempo recuperò la morale religiosa per sfuggire alla laicità dell’etica presente. E presente è sempre quello che si sta svolgendo. Come dire: fuggo dal presente per rifugiarmi nel passato.. ecco perché non abbiamo futuro.

[Marilena Rodi su un settimanale locale del 12 ottobre 2013]

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