MORO, QUANDO COSSIGA E ANDREOTTI VOLEVANO IL QUIRINALE

imposimato

“Tre ore prima del ritrovamento del cadavere di Moro Cossiga era andato in via Caetani”, questo farebbe pensare che avesse già trovato l’auto. Poi avrebbe atteso insieme al resto del mondo il ritrovamento. È un ‘fuori microfono giornalistico’ quello che il giudice Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, concede al folto pubblico presente nell’aula Aldo Moro della Facoltà di Giurisprudenza nel pomeriggio di lunedì.

“Questo non è scritto nel libro”, l’ha scoperto dopo. Sarà anche per questo, secondo la tesi più suffragata, che il fascicolo relativo allo statista caduto per mano del terrorismo oltre 35 anni fa, venga riaperto nel 2013. La storia ha consegnato al pianeta una realtà su cui ancora oggi sorgono interrogativi che sarebbe giusto scandagliare, ma “non farò un altro libro”, scherza Imposimato. Tanto vale che d’ora in poi se ne occupi la Procura di Roma, così come sta accadendo. “Ma perché in questo paese – è Desirèe Digeronimo, promotrice del convegno, a concludere – ci vogliono sempre 30 anni per accertare di capire che le cose non sono quelle che sono sembrate?”. Applauso facile per la pm di questi tempi, scrosciato quando ha aggiunto: “Penso che non ci sia giustizia senza verità. E per processare la verità occorre libertà di giudizio”. Parole che in periodi di crisi – e contestualmente ai fatti stringenti di cronaca che vedono sotto i riflettori proprio il ministro della Giustizia – farebbero acclamare chiunque pronunci quelle parole, al di là del colore ideologico.

Come se ne viene fuori? È Imposimato a proporre una soluzione: “Con il magistrato che non si accontenta delle dichiarazioni ma che cerca i riscontri”. Come a dire: andate nel mondo e indagate, non aspettate che siano i pentiti a raccontarvi sotto dettatura la ‘loro verità’. E ci scappa un parallelo ardito: chi inventò la legge sui pentiti? Audace la risposta: lo stesso uomo politico che peccò di ambizione personale, secondo il ragionamento scaturito in aula. “Cossiga e Andreotti avevano l’obiettivo di far credere all’ipotesi del complotto internazionale”. “Volevano conquistare il ruolo di presidente della Repubblica”. ‘A pensar male – prendiamo in prestito proprio Andreotti – talvolta ci si azzecca’. E tanto vale pensare che ora che sono entrambi deceduti venga riaperto il caso.

Solo tornaconto personale dunque, secondo il giudice: “Non credo alla tesi internazionale. Cossiga si dimise e senza vergogna divenne presidente del Consiglio. Poi si dimise e senza vergogna divenne presidente della Repubblica. Moro, del resto, aveva già comunicato a Zaccagnini (l’allora segretario Dc, ndr) che non voleva diventare presidente della Repubblica, la famiglia non gliel’avrebbe consentito”.

Cosa accadde quindi in quei 55 giorni di agonia mediatica? I servizi segreti (“che prendono sempre ordini dai politici”) – secondo la tesi di Imposimato dalla quale è scaturito l’esposto alla Procura – avrebbero individuato il luogo di detenzione di Moro in “via Montalcini numero 8 interno 1”, e prima che lo stato giungesse sul posto per liberare il prigioniero qualcuno informò le Brigate rosse. Agguato fallito equivale a infiltrato tra i terroristi. In molti pensano a Moretti, ma “io non credo fosse lui” (è ancora Imposimato a precisare). “Gladio ha avuto la gestione della vicenda Moro dal 20 marzo 1978 al giorno prima dell’assassinio”, è Mario Spagnoletti, storico dell’Università di Bari a chiarire, “e il sottosegretario Nicola Lettieri teneva relazioni costanti tra il Viminale e i servizi segreti. Cossiga era il ministro dell’Interno e Andreotti era il presidente del Consiglio. In questa storia emerge la doppiezza dello stato: una verso l’interno e quindi il rispetto della Costituzione, l’altra verso gli altri stati. La cosiddetta ‘Realpolitik sovietic’. Per questo è possibile che Moro sia la sintesi di un sacrificio di un doppio binario: uno vedeva gli Stati Uniti puntare sull’ipotesi di stabilizzazione del sud Europa, l’altro vedeva l’Unione sovietica puntare sulla destabilizzazione dell’Occidente”.

“Sì, è vero. C’erano forze straniere in Italia – commenta il giudice – è stato Cossiga a chiamare i servizi segreti inglesi e tedeschi. Ma le Brigate rosse sono state strumentalizzate. Non hanno agito per la dittatura del proletariato – che pure avrebbe avuto senso – e non dimentichiamo che Cossiga e Andreotti convocano la mattina del 9 maggio (data di ritrovamento del cadavere) una riunione della Dc”.

Concomitanza che si rivelò poi scenografica e mediatica.

Con la riapertura del fascicolo “non è finita ancora”, lasciando intendere che il caso Moro non sia stato l’unico (cita pure via D’Amelio, Capaci, piazza Fontana..) e che ancora qualcuno possa scontare gli interessi e le ambizioni di qualche politico.

“Quasi tutti i componenti del comitato di crisi appartenevano alla loggia P2”, ricorda Spagnoletti. Mentre secondo Imposimato si risolve con un’informazione che “deve stare al fianco dei politici, ma non per subire acriticamente le loro dichiarazioni”, e con i politici che “la devono smettere di utilizzare i servizi segreti per fare carriera personale”.

Quel ciclo, allora si concluse con l’esautorazione di Vincenzo Scotti e Claudio Martelli ad opera di Oscar Luigi Scalfaro, tra i pochi che chiedevano la verità. “Mi auguro – conclude Imposimato – che il processo Stato-mafia vada avanti e che la Procura di Palermo non venga rallentata”.

Marilena Rodi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...