La fuga e l’incubo della sua violenza

dv256021bLo guardò, lo trafisse col gelo del suo sguardo e si sfilò dal suo orizzonte visivo. Fu un attimo, poi il silenzio e la solitudine. Per anni aveva immaginato quella ultima volta, e ogni volta aveva provato a pensare a come sarebbe stata, se avrebbe mai avuto il coraggio di scaricarlo per sempre, aveva vissuto nell’incubo non remoto di ritrovarselo davanti all’improvviso mentre il cuore batteva a mille. Un incubo. Aveva avuto il desiderio di dimenticarlo per sempre, aveva voluto liberarsene. Un ultimo desiderio: non rivederlo mai più dopo tutta la violenza verbale e mentale subita da lui. Aveva visto come trattava le sue donne, aveva assistito a encomiabili strategie della manipolazione della coscienza e della volontà, era caduta nella sua ragnatela ma slanci di lucidità le avevano permesso di fuggire lontano, tante volte.

Ogni volta sembrava l’ultima, invece lui appariva puntualmente quando lei era riuscita a dimenticarlo. Ogni giorno, ogni notte, ogni minuto. Tante volte si svegliava nel cuore della notte e lo immaginava camminare nella sua casa, alla ricerca dei suoi effetti personali per trafugarli; a caccia di indizi psicologici che la rendessero ancora più schiava. La notte si svegliava in preda all’ansia. Lo sentiva vicino, lo sentiva respirare, lo sentiva accendere la sua pipa, lo sentiva lì. Un’ombra. Per anni era rimasta nel silenzio, poi di nuovo, la sua presenza si era fatta ingombrante. La sua violenza inaudita: gli bastava esserci senza alzare un dito, solo la voce, o squadrarla con quello sguardo vitreo. La intimoriva, e lei poi soccombeva. Per quieto vivere, per sua serenità. Per salvarsi la pelle si era protetta dentro di sé; non lo affrontava più, non voleva dirgli chiaramente che lo aveva scoperto. La tradiva, puntualmente davanti ai suoi occhi, in casa sua, con le sue amiche, con le donne-colleghe che portava in casa. Ognuna vittima di un pezzo della storia di lui. Ognuna incantata dalla maschera che lui indossava per catturare le loro anime. Le voleva, schiave della sua libido, oggetto della sua masturbazione mentale: tutte dovevano pagare. Tutte dovevano soccombere. Tutte dovevano ergerlo a principe della loro vita, dovevano isolarsi, dovevano avere solo lui.

Le donne. Strani esseri. Tutte crocerossine. Tutte femminili nel cuore e mamme coi loro uomini. Credono di essere indispensabili e insostituibili. Poverette.

Lo guardò con il gelo negli occhi, con tutto il distacco di chi osserva un film insignificante e del quale gli importa poco, anzi nulla. Tiene la tivù accesa solo per fare luce, ma non guarda nello schermo, non segue la storia, non si interessa del finale e soprattutto non ha interesse di chiedersi cosa stia guardando. Un titolo vale l’altro. Gelo, distacco, indifferenza. Con questi non-sentimenti lo fissò per quella ultima volta. Poi sparì. “Vieni a prendermi ora, se ne sei capace”, pensò. “Attiva pure tutti i tuoi canali di conoscenze.. tanto stavolta che ti frega di che fine faccia? Sono troppo pericolosa, e tu sai che ti ho scoperto”, pensò anche. Non parlò. Semplicemente scomparve. Si mescolò nella folla della metropolitana, si fuse con le ombre che popolavano quel luogo nell’ora di punta, si infilò nel treno e osservandolo da lontano pensò a quanto fosse piccolo quell’uomo. Ora poteva vederlo con disinteresse. Lei aveva smesso di interessargli: non aveva abbastanza denaro da sottrarle. Non aveva nicchie nelle quali potersi infilare per rubarle il possibile. Eppure l’ultimo desiderio di Walter era quello di vivere a spese di Felicita. L’ultimo desiderio di Felicita era quello di sputargli addosso le sue indagini, i suoi pensieri, dirgli dei tradimenti scoperti, della devianza psicologica di cui lui era vittima. Voleva sparargli in volto la sua intelligenza. La sua capacità di essersi liberata di lui. Avrebbe voluto sputargli addosso che gli faceva schifo per quello che le aveva fatto passare, per le violenze subite, per le prese in giro, per le favole che lui le aveva raccontato. Gli avrebbe voluto confessare che lei era libera, che mai aveva creduto davvero alle sue baggianate, ai suoi viaggi, ai suoi incontri, alle sue sparizioni, alle sue ricchezze. Mai lei era stata vittima totale. E questa condizione, forse, l’aveva resa ancora più prigioniera di un uomo che non amava, il cui odore gli provocava la nausea, il cui sguardo – posandosi addosso a lei – la faceva sentire inadeguata, violata. E mai voleva immaginare le sue mani ancora addosso. Un sussulto, un brivido, la riportarono alla realtà. La metropolitana era arrivata al capolinea. New York era certamente una città nuova.

Marilena Rodi (tratto da un’opera incompiuta)

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