Se ne va un anno ricco di polemiche. E l’anno che verrà..?


“L’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va”, recita la profetica canzone di Lucio Dalla del 1979, ‘L’anno che verrà’, nel cui tramonto delle utopie e delle illusioni sembra chiudersi idealmente il decennio degli ‘Anni di piombo’.

Scelgo questa riflessione artistica perché sento sul collo il peso funesto di quell’atmosfera: quelli erano gli anni in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nella lotta armata e nel terrorismo. Ma forse siamo davvero troppo scossi e ancora sotto shock per quanto accadde allora perché gli italiani possano ricadere in quelle ‘rivoluzioni’. Giambattista Vico, tuttavia, insegna i cicli storici. Prima o poi, a cadenza temporale, la storia si ripresenta, e cancellarla dai sussidiari, o dagli spazi urbani, o da una targa non serve a nulla. E quelle parole di Dalla non sembrerebbero così attuali.

“Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione – è ancora un passaggio di quel pezzo del cantautore bolognese – e tutti quanti stiamo già aspettando”. Ecco, viviamo di questo. Di futuro e di speranza, come insegna Chiesa romana. Di perdono e di dimenticanze. Il fardello religioso che l’Italia si porta sulle spalle schiaccia nell’oblio del passato anche i crimini efferati. Che si tratti di lotta armata come di latrocini legalizzati finanziari.

Dieci anni dopo quel successo musicale, nel 1989, cadde il Muro di Berlino e la storia dell’Occidente fu scritta con nuovi obiettivi, nuove attese e soprattutto nuove alleanze internazionali. Oggi, nel pieno degli anni Duemila, tra Montecitorio, Palazzo Chigi e il Quirinale si sta decidendo della nostra vita, delle nostre ferie, dei nostri desideri, delle nostre famiglie, delle nostre passioni e delle nostre scelte bio-etiche. Così, giusto per citare qualche dibattito pubblico. Temi ferventi (l’Imu, Stamina, la ricerca sugli animali, Schumacher, i saldi invernali, Berlusconi-Renzi, Grillo sparlante contro Re Giorgio etc.) che dati in pasto all’opinione pubblica servono a sfamare mentalmente un popolo poco istruito, che legge poco (nel sud legge 1 su 3, al nord 1 su 2) e poco si sforza di comprendere le logiche di governo. Temi da bar, affrontati più o meno da tutti quelli che hanno il dono della parola.

Ai nostri politici locali, qualche giorno fa, ho chiesto quale sia la differenza tra governare e amministrare. Il silenzio ha risposto per loro.

Ma non è colpa loro. È il popolo che non si pone il problema, che non chiede, che non indaga, che non pretende. Il popolo non sa nemmeno se esista una differenza tra governo e amministrazione. Il popolo, però, sa che questo è stato l’anno del 50° anniversario dalla morte di JF Kennedy, che spesso – nei suoi discorsi – ricordava che governare fosse l’arte del decidere. “La politica – lo incalzò John Kenneth Galbraith in una celebre lettera nel 1962non è l’arte del possibile. Consiste nello scegliere fra il disastroso e lo sgradevole”. E al popolo piace ascoltare e imparare cose nuove, emozionarsi per il discorso politico di un leader (da quand’è che un primo cittadino non chiama in piazza i concittadini per augurare buon anno?), sapere di contare ancora qualcosa per chi ha scelto come rappresentante. Il popolo tuttavia – aggregato di etnie, educazione, ceti sociali, intelligenze – sa riconoscere un leader politico che “sa parlare”. Perché non occorre che dica cose difficili, basta che traduca la difficile vita politica in semplice azione quotidiana.

Se ne va così un anno ricco di soddisfazioni e visioni future da tradurre in progetti per il territorio. Non deve essere sempre vero che i migliori fuggono. È giunta l’ora che anche casa nostra meriti un po’ di cura.

Se noi non ci prendiamo cura di questo spazio, chi lo farà per noi?

Buon 2014.

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