“FAI SCHIFO, MERITI DI MORIRE”

nadia Vivere per gli altri, ma con l’incertezza e il timore di non piacere. Specchiarsi nella rete con la speranza di essere accettati anche se non visti, ma poi scegliere di far circolare proprie immagini, in alcuni casi anche violente, solo per cercare disperatamente attenzioni e consenso. Eccolo il male della nostra epoca: il consenso.

Ci muoviamo per attrazione, ci ascoltiamo per esercizio, ci confrontiamo per maschere, procediamo per sintesi anagrammatica, calcoliamo profitti e perdite e se è il caso bariamo. Lo fanno gli adulti, figurarsi se i giovani non l’abbiano capito. Si riparano sotto l’ala dell’anonimato per giocare ai ruoli di disturbatori o violentatori, sono tasti che si muovono nell’etere dell’esistente deformato, sono algoritmi che si intersecano nello spazio globale. Questi giovani, ormai giovanissimi, sono account nei social network posti in uno spazio infinito di ignoti che si scambiano parole, piacere sessuale, parole senza senso e sprechi di commenti. La rete ha partorito i suoi mostri. Ora che il consumo di facebook tra gli adolescenti è calato in un semestre del 20%, occorre interrogarsi su quale sia lo spazio occupato. Perché non è che smettono con una droga e guariscono. Cambiano prodotto e ne aumentano la dose, semmai. Al posto di ‘faccialibro’ (che declino in italiano proprio per la potenza espressiva: faccia-libro, ci metto la faccia su queste pagine) ora frequentano Ask.fm, una chat assolutamente anonima, oppure Whisper, Snapchat, o Vine e via dicendo. Il panorama si popola di inquietanti ambienti virtuali nei quali anche Nadia, la quattordicenne che si è tolta la vita perché qualcuno le polsi tagliatiaveva scritto che faceva schifo e che meritava di morire, ha inciampato. Si tagliava i polsi e condivideva la foto: “Cosa speri di ottenere?”, le chiedevano. E ancora: “Io spero che muori, troia”. E poi: “Ma d’estate come fai, con le maniche corte?”. “Mi metto i polsini”. “Vado a buttarmi dal Palace”, le parole affidate a un biglietto lasciato sul tavolo di casa.

La violenza verbale con cui quotidianamente ci si affronta – al supermercato come in coda per giocare i numeri, o dal benzinaio – è la cifra dei rapporti umani. Se l’uomo non avesse il dono della parola sarebbe una bestia, con tutto il rispetto per queste. Ecco, facciamo così, parliamo di mostri. La violenza verbale che si riscontra da un po’ di tempo nel web è divenuta eccessiva, volgare, invadente e la misura di una decadenza culturale che fa tremare i polsi. Mentre scrivo rivedo le immagini di quei polsi stagliuzzati e penso alla forza che le mani evocano: la forza lavoro. Vedo i polsi dei giovanissimi smantellati e proietto l’immagine tra 10 anni, e un brivido percorre la mia colonna vertebrale. Osservo la realtà, la elaboro e ne proietto in domani le ripercussioni. Non c’è molto da star allegri.

Un altro brivido. Un ricordo adesso si affaccia alla mia mente: “…poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria” (1 Tessalonicesi 4:16-17). C’è un film che vidi molti anni fa, rimasto stampato nella memoria: spiegava l’Apocalisse, l’ultimo libro delle Sacre scritture. In quel film i primi a essere ‘rapiti’ erano i bambini, ‘anime bianche’, innocenti da salvare rispetto all’epoca della tribolazione.

Mala tempora currunt. E la vicenda di Nadia, come quella delle ragazzine romane degli sms e dello scandalo sessuale dei Parioli, sono sufficienti, a mio avviso, per annientare qualunque velleità di perbenismo. Giovani muoiono in auto al rientro dai tempi del ballo e della musica, giovani perdono la vita in viaggi all’estero, giovani perdono la vita al lavoro, o per overdose o per depressione. E loro, gli adulti, sono troppo affaccendati per accorgersi di cosa vada consumandosi sotto i loro occhi. Pensano alle medaglie politiche, ai colpi di stato e alle pugnalate alle spalle. Alle forzature per dimostrare che la politica tutto può: anche archiviare procedimenti giudiziari gravi. Un paese in cui l’equilibrio tra il bene e il male comincia a innescare qualche serio pensamento – senza per altro una lampada che illumini il tratturo, sempre più logoro – paradossalmente non ci sono più pensieri, perché le menti sono state rapite dall’affarismo, il personalismo, la tecnologia e il menefreghismo. Ogni cosa, su questa terra, avrà sempre meno valore, perché nella logica della violenza verbale le parole non hanno più senso. Banditi quelli che insegnano l’italiano, si perde il senso dell’esercizio morale e del peso che quelle parole possano imprimere alla coscienza. Perché non esiste più una coscienza.

Ah, ecco.

[Marilena Rodi su settimale locale del 15 febbraio 2014]

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