“PROVA A BERE PIÙ DI ME”. E MUOIONO

neknominate

Non si arresta questa follia giovanile in preda a deliri di onnipotenza. L’ultima trovata che corre in rete è la spavalderia alcolista. Sono già 5 le vittime registrate nell’ultima settimana: la sfida mortale dell’alcol è trasversale, ha colpito dagli Stati Uniti all’Europa e ha preso il nome di ‘Neknominate’. Un rugbista 20enne è l’ultima vittima: “Beve due bottiglie di gin mescolate con del tè, fa appena in tempo a scrivere sul suo profilo facebook che sta male: ‘Mi brucia da pazzi lo stomaco’, poi lo trovano morto, steso sul pavimento del suo appartamento stroncato da un coma etilico”.

Con queste parole aveva aperto Repubblica un articolo dedicato alla vicenda. I casi riportati parlano di altri giovani, tutti tra i 20 e i 30 anni, a caccia di sfide in rete per far mostra della propria spavalda voglia di occupare uno spazio. Virtuale certamente, visto che le ‘bravate’ vengono pubblicate sui social con lo scopo di condividerle spesso con sconosciuti sparsi per il mondo. ‘Una volta’ le ubriacate tra amici si facevano dal vivo. Per scelta non cito i casi degli altri ragazzi deceduti per aver ingurgitato quantità impressionanti di cocktail alcolici tutti d’un fiato. Resta l’amarezza di veder scivolare, come la sabbia, le vite di questi giovani che rincorrono notorietà amare, distanti dal buon senso e completamente abbandonati a se stessi. La rete è una risorsa, non v’è dubbio, ma mette paura. Talvolta isola anche se si è in gruppo. Spesso accade di osservare, nelle dinamiche sociali, situazioni in cui gruppi di persone (non necessariamente giovani) condividano uno spazio fisico (un locale, una stanza, un bar..) e si intrattengano – ciascuno – con lo smart-phone tra le mani a caccia di compagnie virtuali. Si va a caccia di qualcuno che è dall’altra parte del display: forse tentando di mostrarsi interessante, magari più giovane, magari intellettuale, magari con il desiderio di tessere relazioni. Fa tristezza. Non perché sia un peccato, per carità. Ma per quello che innesca l’attesa di trovare la notifica su faccia-libro, ogni volta che il pallino rosso si accende (la notifica) l’ansia di sentirsi importanti per gli altri – per gli altri chi? – sale e come per incanto annulla quel che si ha intorno. Che si tratti di adrenalina o di aspettativa ansiogena, il fatto è che il malessere da contemporaneo produca il gettone da presenza. Ovvero, relazioni a richiesta. Ognuno vive nel suo mondo quotidiano e – a richiesta – si proietta nello scenario alternativo (o parallelo) dell’altra realtà, vagando nella speranza di sembrare qualcun altro. Il potere delle maschere affascina l’uomo da sempre, non è un fenomeno che si scaglia oggi nelle nostre vite. Pirandello ne ha dibattuto ampiamente nelle sue opere, la forma è la maschera, l’aspetto esteriore che l’individuo-persona assume all’interno dell’organizzazione sociale per propria volontà o perché gli altri così lo vedono e lo giudicano. Determinata dalle convenzioni sociali, dalla ipocrisia, alla base dei rapporti umani.

Così quei giovani che rincorrendo dietro il monitor di un computer la notorietà per gesta originali quanto proibite, trasgressive, tendono a proiettarsi nell’immaginario virtuale come eroi. Non importa se in un’altra stanza della loro casa non abbiano genitori, o siano da questi tenuti in punizione, o siano talmente ‘sfigati’ da non avere una relazione sentimentale o – forse più – sessuale. Qualcuno si è bevuto il cervello dell’essere umano, evidentemente. Ci fanno credere che per essere ‘fighi’ occorre imporsi, interagire prepotentemente, o dire fesserie pur di guadagnare consenso. Torniamo sempre lì, il consenso. Ci piace piacere. Vogliamo attenzioni, essere importanti per gli altri, ottenere cortei lusinghieri di persone che pendono dalla nostra bocca, e per questo saremmo disposti pure a mentire. Costruire realtà che non esistono, oppure svilire l’identità di qualcun altro. Che senso ha? Qual è il motore di tutto ciò?

Se il consenso produce potere, e il potere può condurre alla gestione di vite che – a quel punto – dipendono da noi. L’arte della menzogna può aiutare a vivere felici. L’uomo ha bisogno di vivere nella menzogna, perché è quello il frammento nel quale conduce la sua esistenza nello spazio fisico. Tanto, poi, se volesse modificare la sua identità, il suo ‘nickname’ in rete, ci mette un attimo. Lo stesso che occorre per ammazzare gli ologrammi nei videogiochi o per far fuori un amico dai contatti nei social network.

Un click. ‘Push the button’, spingi il bottone. Una vita a comando. A voto.

[Marilena Rodi su settimanale locale del 22 febbraio 2014]

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