Candidati senza arte

Riprendo un editoriale del Corriere di oggi perché la riflessione è singolare. Sul tema potremmo però aggiungere molte altre considerazioni, visto che l’argomento è desueto per l’analfabetismo di ritorno che ci circonda..

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Si dà per scontato che, nel programma di un’amministrazione locale, ci siano numerose priorità e che l’arte contemporanea, con le sue stravaganze e, talvolta, cripticità, possa occupare un posto basso nella classifica degli interventi da predisporre. È un luogo comune da ribaltare. L’arte contemporanea ci porta nel mondo. Che ci piaccia o no ci aiuta a conoscere conflitti e disastri, ci consente di incontrare territori e genti lontane, ci catapulta in universi contaminati dai linguaggi, ci avvicina al repellente come al sublime. Insomma ci parla di noi, degli altri e del mondo in cui viviamo perché, come ha detto qualcuno l’arte, quella vera, è sempre contemporanea. Avvicinarsi ad essa è allora un processo di conoscenza del presente che offre generose forme di gratificazione e di ricompensa. Non sarà un caso che in tutti quei luoghi dove i progetti di riqualificazione urbana hanno intercettato anche interventi di arte contemporanea, si assista a vere e proprie palingenesi. Molti gli esempi lontani, la rinascita culturale di Brooklyn, ma anche quelli vicini, di Berlino Est o di Varsavia e finanche di Bucarest.

Chiunque abbia messo il naso fuori di casa non fa fatica a capirlo. Insomma con l’arte contemporanea si svolta. Intorno ad essa ruotano più interessi, pubblicità, moda, design, ristorazione, infrastrutture, in un’ars combinatoria di sollecitazioni e operatività che attrae e fa crescere in una direzione elitaria solo in apparenza. Interesse di pochi, se vista da un sguardo locale, ma, al contrario, se osservata con un occhio globale, agevolmente rivelatrice dei processi di crescita e di svecchiamento del territorio che può innescare, per giunta su scala industriale cioè con un prolifico indotto. Unico presupposto affinché si determini l’effetto domino è che il tutto sia sovrinteso da prospettive non provinciali e sia inserito nel cosiddetto sistema dell’arte governato da più soggetti, artisti, mercato, gallerie, musei, critici e da un pubblico di appassionati. Di tutto questo nel deludente incontro sul tema, tenutosi qualche giorno al Teatro Margherita con i candidati sindaco (Di Paola, De Geronimo, Paccione – Decaro era assente) non è trapelato alcunché. Al netto delle qualità affabulatorie dei singoli, il pubblico ha capitalizzato indicazioni generiche, confusione, pressapochismo in merito alle potenziali ed efficaci scelte culturali da mettere in campo e, quel che è più grave, un diffuso e colpevole analfabetismo sul merito delle questioni aperte. Per non parlare dell’assenza di strategie, dei filistei schieramenti contro i privati, e delle ideologiche quanto imbarazzanti barricate, innalzate contro il mercato dell’arte. In conclusione siamo molto lontani dall’aver evocato attrattori culturali e quanto necessita alla città per competizioni di alto lignaggio. Eppure il Margherita, che ha provato a diventare il museo di arte contemporanea di Bari, e non è stato capito – diciamo così per tagliare ogni polemica – avrebbe meritato qualcosa in più. È una porta della città, un salotto buono. Non diamolo in pasto ad una politica di serie b, a logiche nazionalpopolari o a soluzioni estemporanee. Vale la pena di ritornare a pensare ad un progetto che voli alto.

Marilena Di Tursi

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