“La politica è lacrime e sangue”

La Resistenza è un ricordo e la resilienza è un’utopia.. Vincono i giganti

Lacrime-e-sangueIl gioco della politica è duro, solo i gladiatori e i combattenti possono resistere. La gente abituata alla lotta all’ultimo sangue. La cosiddetta ‘gente per bene’ prima o poi si stanca, resta delusa, si ammala, fa fatica a reggere ritmi alieni per i comuni mortali che – così come gli è stato insegnato – si alza la mattina per produrre lavoro, manda avanti una casa, sostiene la famiglia e magari riesce (per chi ce la fa ancora) a svagarsi in una vacanza rigenerante. La politica no, “è lacrime e sangue”. Un agone dove la sciabola è uno strumento elegante di guerra e il machete è nelle mani dei portaborse. Venite con me, vi porterò dentro questo agone, stavolta. Così, per fare un giro..

Posto che di chiacchiere la gente comune non vive, i politici vivono di chiacchiere, di lunghe riunioni, di esilaranti conversazioni (anche da bar) nei corridoi del Transatlantico, di trasferimenti costanti, di relazioni variegate, di incontri più o meno leggeri, di ‘viaggi di lavoro’ e riunioni anche nei fine settimana etc. etc. Se poi si è in campagna elettorale è fatta: state lontani da loro, se vi riesce. Tutto è sospeso in campagna elettorale, vietato anche respirare. Figuriamoci chiedere. Anzi, no. Proprio in campagna elettorale conviene chiedere, ma solo se hai un tot di voti da barattare. Altrimenti suona al campanello il mese prossimo. Ti ascoltano solo se puoi discutere di numeri, e di progetti da realizzare sul territorio che spostino investimenti (o finanziamenti) interessanti, e di persone importanti da presentare, e di accordi urbanistici e/o ambientali.

Ecco, viene da domandarsi che ci facessero i rifiuti radioattivi nella cava di Cerignola. Che ci facevano i rifiuti pericolosi tombati nel sottosuolo foggiano. Così come viene da chiedersi cosa avessero sversato nei terreni salentini per provocare la moria di ulivi, l’anno scorso. Ecco, domande puntuali: chissà se le risposte lo saranno altrettanto. Il tarantino è ‘narcotizzato’ con i fumi e la diossina dell’Ilva; resta il barese.. che avremo sotto i piedi? E proprio ora che Vendola stava riuscendo a comunicare ‘un’altra Puglia’? Quella del turismo e della gastronomia d’eccellenza? Che incubo, voglio scendere.

Sai, amico lettore, in queste settimane s’avverte – decisa – la sensazione di impotenza. Inermi siamo di fronte ai giganti. Quelli sono abituati a lottare nella merda, non si spaventano delle risse verbali di Grillo che a Bari riempie un parco. “Hanno abolito l’elezione dei consiglieri provinciali, ma non hanno abolito le Province”, rivendicava qualcuno. Qualcuno seduto in Parlamento.

Impotenti siamo noi che non possiamo nemmeno decidere di non votare o di votare scheda bianca: nel primo caso lasceremmo che la manciata di voti sia ripartita esattamente secondo le loro previsioni, nel secondo serviremmo loro sul piatto d’argento uno strumento di assestamento del voto. Impotenti assistiamo anche alle urla di un comico a contratto, che non sarà mai eletto perché condannato, e che ridurrà la sua pattuglia a un branco di persone intelligenti ma incazzate senza attrezzi nelle mani. Dovremmo andare oltre la matita, stavolta, riconoscere che la guerra è l’igiene del mondo ma che la capacità di ragionare, il lume della ragione, può aiutare ad andare oltre i confini per recuperarli. L’integrazione arriva spalmando le criticità, non isolandole. I confini, le barriere, le frontiere servono per restare nella costrizione della coabitazione, per imparare a scoprirsi e a relazionarsi, a conoscersi, a indagarsi. Servono a imporci di abitare insieme alle diversità caratteriali, politiche, identitarie, emotive. Da quando ci hanno convinto che abitare in villa è bello e aspirazionale, abbiamo perso il contatto con il mercato rionale, con la palude sociale, con la guaina razziale. Dentro i confini si sta per imparare a misurarsi e arricchirsi se garantita l’integrazione. Fuori dai confini si va per godere delle bellezze naturali e paesaggistiche, per confrontare metodi e modelli di governance.

Già, la governance. In Italia sono passati decenni e scopriamo che le tecnicalità di azione sono rimaste le medesime. Obsolete ma guai a cambiare davvero. E che ci inventeremo poi?

Già, la preparazione culturale.

Italia Belpaese..

Marilena Rodi

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