Avventurieri e mercenari senz’arte

I candidati alla carica di sindaco, una volta, si sceglievano in base alla capacità di simpatizzare con il popolo, a quanto fascino avessero per sedurre le pance e le menti, a quanto portamento elegante esprimessero, a quanto fossero in grado di reggere un palco e un discorso pubblico. E soprattutto quanto fossero in grado di ammaliare – come i mercanti – i loro compratori, cioè gli elettori, che comprano un volto, una voce, uno sguardo. Non vi indignate. È nella storia del nostro popolo, non dico nulla di nuovo e di straordinario. Nell’Antica Roma era prassi scegliere i più candidi (del resto la parola candidato viene proprio da ‘candore’).

Però – e qui corre la sottolineatura – dovevano essere, quanto meno, in grado di sapere quello di cui stavano parlando. Erano, cioè, uomini di una certa cultura, persone che avevano viaggiato, letto e studiato libri, esercitato arti, intrattenuto relazioni, contemplato l’estetica, osservato il mondo. Non certo dilettanti allo sbaraglio senza né arte né parte. Non di rado, sempre nell’Antica Roma, correva la necessità di essere benestanti per poter investire denari nelle campagne elettorali per comunicare idee e progetti. E tutto ciò avveniva dopo che l’osservazione del mondo aveva prodotto una cultura, una visione, un obiettivo strategico da proporre alla città. Forse è per questo che il popolo romano è riuscito a colonizzare mezzo mondo.

Poi, come spesso accade, chi si siede si perde nel mare magnum dell’inutilità sociale.

Il bombardamento informatico (e mediatico) ha riempito talmente tanto la scena mondiale che non sperimentiamo più i saperi. Ci siamo inariditi. Paradosso del XXI secolo.

E senz’arte che rappresenti questo corto circuito epocale non ci resta che morire.

Se l’arte non esistesse chi avrebbe il coraggio di rappresentare in opere gli ossimori dell’esistenza? Cinematografia: il Marchese del Grillo, Amici miei, La dolce vita, Nirvana, La vita è bella, La grande bellezza etc etc. Arte contemporanea: Jannis Kounellis, Vettor Pisani, Giorgio Andreotta Calò, Olaf Nicolai, Maurizio Cattelan etc etc. Fotografia: Gabriele Basilico, Helmut Newton, Henri Cartier Bresson etc etc. Architettura: David Chipperfield, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas, Gio Ponti etc etc. E poi la musica, il teatro, la danza.

Ciascuna arte ha impresso un cambiamento sociale, una sensibilità che passa attraverso i sensi e ne modella l’essenza. Un’arte “a responsabilità illimitata”, come ebbe a dire Achille Bonito Oliva, perché l’arte ha la responsabilità di parlare all’anima dell’uomo per tentare un suo ‘abbellimento’, una sorta di aggiustamento rispetto al deserto sensoriale e alla capacità di leggere il quotidiano. Prendiamo per esempio Mario Monicelli ed Ennio Morricone. L’uno attraverso l’osservazione ironica della società tradotta in pellicole di successo (chi non ricorda ‘Guardia e ladri’); l’altro attraverso la musica (le colonne sonore – oltre 500 – dei maggiori lungometraggi portano la sua firma; chi non ricorda ‘Il buono, il brutto, il cattivo’ di Sergio Leone). Tutti trionfi che hanno inciso un solco nell’immaginario collettivo. Ecco come l’arte si insinua. Più di massa si è rivelata la forma artistica, più ha graffiato le nostre vite.

politica e arte_mussolini cinematografia

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L’opera di Rossella Biscotti in mostra al Teatro Margherita dal 30 maggio al 30 settembre 2009

Mussolini usò l’architettura per imporre la sua visione urbanistica degli spazi cittadini, la conoscenza amministrativa per strutturare il sistema pensionistico, ma fu così ‘avanti’ da usare la cinematografia come strumento di comunicazione di massa ai suoi albori. Chiamatelo ignorante… “La cinematografia è l’arma più forte”, opera di Rossella Biscotti, è stata esposta a Bari, nel Teatro Margherita, per 3 mesi, tra maggio e settembre 2009 per rappresentare proprio l’impatto sociale dell’arte sulla comunità. “Nel contesto odierno – riferì allora l’artista – la citazione funziona in modo diverso; essa lega in un certo senso l’edificio a una storia fascista che è vivamente presente nella città, il cui lungomare è stato scenograficamente edificato durante il ventennio. Inoltre, visto nel contesto politico sociale odierno, non può che rimandare all’utilizzo del potere mediatico nella televisione berlusconiana”. La frase citata si trovava originariamente a Cinecittà, gli studi cinematografici voluti proprio da Mussolini. Un monumento è un simbolo condiviso in una comunità. “Trovo affascinante – commentava sempre l’artista – l’immagine di monumenti storici, talvolta giganti sculture, che viaggiano all’interno delle città, cambiando di luogo e significato, fino all’essere dismessi. I monumenti hanno la capacità di attivare la memoria collettiva, in relazione a specifici personaggi o eventi storici, ma sopratutto interrogando il nostro quotidiano rapportarci alla storia, alla società in cui viviamo e ai nostri simboli”. E come ignorare la Carboniera di Kounellis, opera collocata in piazza Ferrarese e non compresa dai baresi?

I nostri simboli oggi si chiamano ‘#compratevilaBari’, o ‘#sannicola’, tanto per citare gli ultimi virus che corrono in rete sui social. Tuttavia facciamo fatica a trovare candidati ad arte per la parte di politici con una visione chiara della città e dei simboli che dovranno rappresentarla in futuro.

Marilena Rodi

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