Alchimia estiva

sdraio-giardino

Un’ondata di caldo afoso aveva invaso la città, e man mano che le ore passavano andava intensificandosi l’aria pesante che si registrava alla controra. Sfiaccato, indebolito e affamato, si stava trascinando sul lungomare per l’appuntamento. Ma come gli era venuto in mente di proporre un appuntamento per un the alle cinque del pomeriggio? A fine luglio è ancora la controra. E meno male che l’entusiasmo non l’aveva fatto sbilanciare alle 15.30. Arrivò al chiosco, salutò il barista e si lasciò sprofondare su una di quelle sdraio all’ombra. Erano le 16.30 e avrebbe dovuto attendere una mezz’oretta. Aveva lasciato la valigetta allo studio, a due passi da lì, non aveva pranzato per riguardare il progetto di finanziamento e per cercare di capire dove andare a trovare nuove risorse. Poco prima non aveva nemmeno risposto alla telefonata di Stefano Mancini, il segretario di Sandra Mieli, l’editrice del suo nuovo lavoro. Pensava alla mattina seguente, doveva passare in Comune per tentare un accesso agli atti. Ordinò un the freddo e un tramezzino tonno e pomodoro, poi socchiuse le palpebre per alleggerire la pressione mentale e in breve perse lo stato di veglia cosciente.

Il profumo che esalava dal movimento marino delle onde calme arrivava fino a lui, con la brezza che depositava sulla sua pelle la salsedine odorosa tipica della vacanza. Si mischiava al suo di odore, e lo inebriava. Lo faceva sentire leggero e sospeso nel tempo.

Se solo avesse avuto Doriana. L’avrebbe tirata a sé, lì, sulla sdraio. L’avrebbe costretta ad ascoltarlo. Le avrebbe rinfacciato il suo carattere duro. Le avrebbe detto che non avrebbe dovuto portarsi via le sue idee. Non gli piaceva pensare ai pensieri, quelli sono roba per persone senza idee. Non si sarebbe fatto mancare di guardarla dritto negli occhi e di svuotarle addosso tutta la sua ansiogena voglia di prenderla e sottometterla. Voleva possederla ancora, ancora. Ancora una volta. Non aveva ancora accettato la sua fuga all’estero. Non gliel’aveva ancora perdonata. Gli stava asciugando qualsiasi respiro. Lei se n’era andata con i suoi progetti e l’aveva mollato là. Sul lungomare e con la sua elezione.

La loro relazione era durata quello che bastava per avergli fatto dimenticare i suoi connotati. E mentre i pensieri si addensavano nella sua mente respirò profondamente. E svenne nel torpore di quel caldo meridionale. Afoso, appiccicaticcio e umorale.

“Ehm.. che caldo!”. Sara Dardes era arrivata. Il tempo di rendersi conto che il the era stato vuotato solo per metà, un tramezzino morsicato appena e il suo appuntamento che dormiva. “Fulvio?”, provò a sussurrare lei mentre si avvicinava al suo orecchio. Lui aprì gli occhi, la guardò di sottecchi. Si incantò e il suo sguardo doveva essere sembrato talmente carico di malizia che lei retrocesse di qualche centimetro, imbarazzata, ma lui non le dette il tempo di allontanarsi. La prese e la tirò a sé, come avrebbe fatto con Doriana e come aveva immaginato poco prima. Non parlò. La baciò con irruenza. Le avvinghiò la mano tra i capelli biondi, li strinse con decisione nel palmo e la trasse ancora più vicino a sé mentre con uno stacco di reni si erse verso di lei. Il bacio fu appassionato e lungo, senza respiro, come se si fossero cercati da tempo e ora si erano trovati. Le lingue si aggrovigliavano tra il sapore di the e menta di lui e di fragola e cocco lei. Gli occhiali da sole che indossava Sara caddero, rivelando i suoi occhi azzurri carichi di desiderio. Lui era come ipnotizzato, non riusciva a staccarsi da lei. Se avessero potuto non si sarebbero più parlati, e avrebbero consumato lì. Sembravano due amanti che – nella calura estiva, dopo una lunga pausa – si ritrovavano.

“E allora sei arrivata alla fine – furono le prime parole di Fulvio – Sei apparsa come un sogno. Ma come ti sei materializzata? Da dove sei arrivata?”.

“Ero qui che aspettavo di capire se stessi dormendo o se stessi facendo finta”, smorzò ironicamente lei, tentando di ripristinare la razionalità del momento. Di capire se era stato solo un tumulto onirico o se stava aspettando proprio lei. Fece un gesto di raccordo, come in procinto di alzarsi, lui la frenò. Le bloccò una spalla: “Dove credi di andare? Pensi di aver già coccolato abbastanza il bimbo che non aspettava altro che carezze?”. La spiazzò. Come spesso accadeva con le sue vittime amorose. Era un tombeur de femme, sapeva cosa piaceva alle donne sentirsi dire per entrare in sintonia dopo il primo approccio.

“Potrei aver concluso la prima tranche. Potrei”, ribatté scherzosamente lei. Intanto gli occhi di Fulvio caddero sulla sporgenza generosa di Sara che l’aveva colpito quella mattina. “E se volessi accarezzarti dolcemente, sfiorarti, sentire il tuo profumo, quello della tua pelle.. come potrei fare?”, disse mentre un tocco velato cadeva sul seno di Sara. Uno stronzo doc. Lei lo guardò divertita e fece finta d’aver capito: “Ecco – scherzò mentre si accarezzava lì vicino, sul petto sinistro – qui c’è un pezzo di pelle che puoi ascoltare”. E gli mostrò un frammento di seno, una curva morbida alta, scostando un lembo di stoffa di lino. “Qui puoi ascoltare il battito cardiaco. Non sapevo però che t’intendessi anche di accelerazioni arteriose”. E sogghignò.

“Chapeau signora. Volevo solo sentire il sapore della sua pelle, è così liscia, così tonica, così morbida. Farebbe perdere i sensi a chiunque. Io sono solo una vittima del suo fascino. E poi a distanza così ravvicinata..”.

Intorno, intanto, il deserto della controra restava immutato. Trentacinque gradi ‘al fresco’, ombrelloni che riproducevano l’ombra di se stessi senza convinzione lasciati aperti per attrarre clienti, il barista che da lontano osservava divertito la scena, il bagnino sulla sua sedia regista in fondo al lido con il suo giornaletto a fumetti, il profumo del cocco che faceva venire voglia di fare il bagno, e Fulvio alle prese con la nuova vittima.

“Ora, se si invita una donna a un chiosco con la scusa di un the per dissetare un pomeriggio assolato e non glielo si offre nemmeno quale sarebbe la scena successiva? Fermo restando che quella del bacio non sia accaduta?”, domandò irriverente e provocatoria Sara.

“Ma no, rimedio subito! Pasquale portaci per cortesia due the ghiacciati al limone, e mettici un goccino di gin. Vuoi qualcosa da stuzzicare?” le chiese. “No, grazie, andrà bene il the”, rispose lei. E Pasquale riconobbe subito il richiamo di quel ‘mettici un goccino di gin’. “Sì, proprio un goccino”, pensò. E rise sotto gli occhialetti da sole specchiati.

Ora che i bollenti spiriti erano stati acquietati presero a chiacchierare di argomenti invadendo un terreno comune, l’università e le lezioni, gli studenti, gli orari. Non si conoscevano ancora così bene e lui, in realtà, non aveva granché voglia di atterrare su argomenti impegnati. L’aveva colpito la scollatura di qualche ora prima in ateneo, l’abbondanza dello sguardo e la bocca a cuoricino. Per il resto se la sarebbe scopata seduta stante. Lei stava facendo pure un ragionamento interessante, ma lui non riusciva a distrarsi da quel pensiero voluttuoso. Poi il gin era in circolo. L’avrebbe presa quel pomeriggio stesso, solo doveva capire come spiazzarla ancora. Doveva indagare sugli spazi a disposizione lì vicino e doveva farlo velocemente, doveva capire in fretta prima che l’effetto del gin fosse svanito con l’arrivo dei primi schiamazzi. Di fatti era già il limite della controra. Lei, da parte sua, che quella mattina si era lanciata ammiccante, stava facendo le stesse congetture. Stava ingegnandosi per sedurlo in quel luogo stesso, prima che famigliole e sportivi avessero cominciato a popolare la zona. C’era un parchetto nei dintorni, e – previdente – aveva indossato un paio di sandali comodi aperti, bassi, che le avrebbero permesso di passeggiare sull’erba. “Troppo caldo – esclamò d’un tratto – il sole sta girando e qui si respira poco”. Lui rinvenne e si agitò credendo che stesse per sfuggirle.

“Che ne dici – fece lei – se andassimo a ripararci in mezzo al verde? In quella zona si potrebbe respirare meglio. Sarà il gin, ma ho necessità di aria fresca. Ma sicuro che non abbia caricato troppo con l’alcol?”. Lui sorrise, la guardò e decodificò all’istante: il messaggio era arrivato. Non avrebbe dovuto inventarsi più nulla.

Una chaise longue profetica era stata abbandonata (forse era lì per le occorrenze pomeridiane tipo i pisolini) lontana dal baretto, nascosta dietro ampi e densi cespugli dell’orto botanico nel quale era immerso il chioschetto. Si ritrovarono istintivamente a occuparlo senza che se lo fossero detto. Si sedette lui. La forma armoniosa dell’oggetto design accompagnava naturalmente la posizione della seduta. La prese per mano e l’accompagnò con delicatezza, stavolta, verso di lui. Lei restò in piedi. Fulvio si avvicinò al suo grembo con il volto, quasi a scrutare la pelle sotto la camicetta modello caftano che lasciava intravedere la pelle dell’addome. Lei ispirò profondamente, l’alchimia stava cominciando a produrre i suoi effetti. La sensazione inebriante di leggerezza, il caldo appiccicato addosso. La chaise longue che scoprivano a dondolo mentre lui le leccava lo stomaco. Era salito, le mani l’avevano avvinghiata. Correvano ora sulla schiena umida, mentre lei chiudeva gli occhi e si lasciava andare. Erano ancora soli.

Lui prese a tirarla avidamente verso di lui, si alzò mentre le slacciava ad arte i nodi delle fettucce del tessuto leggero che indossava, le lasciò intatto solo l’ultimo, quello che corrispondeva all’altezza del collo. Trovava intrigante ed eccitante la donna con il collo cinto con un laccio. Gli sembrava di esserne il padrone. Lei lo lasciò fare, mentre diventava sempre più accondiscendente. Lui passò allora a baciarle il collo, glielo leccava, glielo stava mordendo. Un gridolino emise lei, lui si irrigidì. Ebbe un sussulto. Poi prese a palpeggiarle il seno, poi a leccarlo.

La tirò a sé e si adagiarono sulla sdraio. Lui sotto, lei sopra di lui divaricando le gambe. Dondolando, gemettero insieme.

Marilena Rodi

(tratto da un’opera prima)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...