IL FILO DI SETA NELLA CITTÀ DI CARTA

terrazza

“Sì, sì. Quello che vuoi! …essendo povero, ho soltanto i sogni; e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi; cammina leggera, perché cammini sui miei sogni”. Le sussurrò lentamente quelle parole cantando i versi di Yeats: come a voler fermare il tempo, come se avesse paura che volasse di nuovo via. Come se potesse sfuggirle ancora. Le posò una carezza sui capelli, lei si voltò senza parlare.

“Dovrei punirti perché sei sparita nel nulla, scomparsa, senza una parola di spiegazione, senza un saluto, senza nemmeno dirmi se non mi amavi più. Ho vissuto nel silenzio, e nel silenzio anche il respiro è un rumore deflagrante. Amami, ti prego. Sono tutto quello che mi resta”. Lei lo guardò ancora senza parlare, più intensamente, con quella lama tagliente che lui conosceva bene, perché era di quello sguardo che l’aveva fatto innamorare, anni prima. E ogni volta lei era tornata a lui, ammaccata per il dolore della sua assenza. Il filo di seta della passione li aveva tenuti legati nel tempo, nello spazio, nelle relazioni, nei ricordi, in quella città così ‘stretta’. Tornava da lui perché di lui aveva bisogno come dell’aria, anche se non poteva averlo. Che aveva quell’uomo da attrarla a sé visceralmente? E che aveva lei da rendere un guerriero abituato alla solitudine così infantilmente denudato?

Lei continuò a fissarlo con quella intensità così famigliare. E lui si spogliò di nuovo di quell’armatura. “Ti ho cercato con la disperazione soffocata che un uomo come me non deve provare, con lo squarcio al cuore che non sento battere più se non per esercizio meccanico. Non aspettavo altro che di ritrovare il tuo profumo, i tuoi odori, la tua scostanza, la tua pelle..”. “Ti prego – lo frenò lei – non avvilire questo momento. Lo so, lo so che mi hai cercato. Ti ho cercato anche io in ogni momento, a ogni angolo della strada, in ogni frase che è giunta a me dai tuoi pensieri. Non ti chiedo perdono perché non devi perdonarmi. Guardami, sono quello che resta senza di te”.

La brezza calda stava sfiorando i loro volti, la calura estiva aveva reso quella notte un tintinnio di solitarie illusioni, quelle che solo nelle tenebre possono trovare deriva ma che all’indomani tornano a navigare lontano dalle coste. Quell’amore, così intenso, così totale, li aveva catturati e imprigionati nelle celle del desiderio e del pathos, ma viveva di fantasie sensuali che si rincorrevano sul filo della speranza. E la speranza si regge pressoché sulla sponda della disperazione.

Si incontravano dopo quasi un anno, la quotidianità di lei era di nuovo fitta di viaggi di lavoro, quella di lui di giornate di lezioni all’università. Lui era rimasto solo, rassegnato a un destino che non aveva scelto ma che sembrava gli fosse corso incontro. “Sono un uomo complicato”, le aveva detto la prima volta che si erano cercati prima con lo sguardo, poi con le labbra. “Un uomo che non ha più diritto ad amare”. “Io ti voglio così come sei – le aveva risposto lei, con l’entusiasmo che la contraddistingueva – e non mi interessa sapere se sarai solo mio. Perché lo so, sarai solo mio”. “Tu non capisci”, aveva rilanciato lui, con voce rotta dalla commozione: quella di chi non ama da tanto tempo, troppo, perché la vita ha soffocato qualsiasi velleità emotiva. “Vedrai – disse lei – che avrò bisogno di te in ogni momento. Avrò bisogno di sentire il tuo respiro sul mio seno ogni volta che avrò bisogno di vivere, di far battere il cuore. Ho bisogno della tua esistenza, non fosse altro per ricordarmi che sono ancora in grado di amare”.

Si erano frequentati nel limbo della convenzione opprimente che li circondava, nelle piaghe dell’ottusità barese, nell’esaltazione delle differenze silenti, nella rincorsa di nicchie temporali e spaziali. Ogni banale coincidenza li aveva resi complici di quella passione che avevano trovato prima ancora di conoscersi. Lui professore di chimica, lei ispettore sanitario. Cosa avessero in comune lo sapevano le loro anime, che al primo banale scontro telefonico avevano sottaciuto gli obblighi professionali per scivolare in quella rara intesa che solo il destino può regolare. “Glielo ripeto – aveva fatto lui in quella occasione – il batterio diffusosi all’interno di questo dipartimento è solo il frutto di speculazioni farmaceutiche. Mi usi la cortesia di voler sottacere eventuali e banali giustificazioni, i nostri studenti meritano il meglio per il loro percorso di studi”. “Professore – aveva ribattuto lei – l’ho chiamata per conoscere la sua opinione sulla questione perché la ritengo persona degna di essere ascoltata, oltre a riconoscere che la fama la precede. Ha avuto la capacità di zittirmi, e non è costume comune, per quanto mi riguarda. Passerò a trovarla domani stesso, ho bisogno di parlarle personalmente, non mi accontento di un contatto telefonico”. “Ah, l’aspetto. Venga, venga”, aveva rilanciato lui, tra il divertito e lo stizzito.

Il giorno dopo sì, si erano incontrati. La differenza d’età avrebbe colpito al cuore chiunque. Si erano annusati a distanza, e si erano piaciuti all’istante. Lui era rimasto affascinato dalla grazia naturale di lei e dai suoi occhi azzurri, glaciali; Lucilla non riuscì a guardarlo con malizia subito, ebbe bisogno di consumare quel primo appuntamento. Avevano trascorso insieme un’ora buona. Lui le aveva consegnato una sua relazione, scritta appositamente per lei durante la notte precedente. Lei, scombinando i piani, non gli aveva sottoposto il questionario che l’azienda predisponeva per i ‘sovversivi’. Aveva riconosciuto a naso la preparazione di quell’uomo, così come aveva capito che non avrebbe potuto essere un professore universitario senza conoscenza del mondo. Qualcosa di lui le sfuggiva, ma ne restò colpita.

Da quel momento divennero molto amici, si scambiavano pareri, frequentavano insieme i seminari, avevano organizzato convention tematiche gomito a gomito. Tutti buoni pretesti per viaggiare insieme, quando l’esigenza lo richiedeva. Che quella conoscenza sfociasse in passione, prima o poi, sembrò inevitabile. Andò avanti per anni. Ma quella relazione clandestina, a un certo punto, divenne un rischio per entrambi. Per un periodo non si frequentarono, lei per dimenticare accettò la corte di un altro uomo, suo coetaneo. Ma il chiodo fisso di quel rapporto bruscamente interrotto la martellava.

Gli eventi eccezionali della vita segnano un solco profondo.

Gli amori sbagliati di lei, la malattia di lui.

 

Così accadeva sempre: prima spariva e poi tornava. Indifesa e delusa degli altri, felice quando lo ritrovava, anche se tormentata. Prima o poi si torna a soffrire. Si esce dall’anestesia affettiva nella quale si è piombati e si fanno i conti con la realtà. Quella quotidiana, quella degli altri: quella delle tante persone che si ascoltano per anni e di cui si è ‘solo’ testimoni oculari; di cui si ascoltano i tormenti e le tragedie. Le donne sono una forza della natura, questo si è capito. Mentre partoriscono sarebbero in grado di alzarsi e preparare la cena al loro compagno, se fosse necessario. Loro, invece, i compagni, sono spesso stroncati da un semplice mal di testa. Le donne resistono, sono capaci di guardare in faccia il loro nemico.

Questi pensieri attraversarono la mente di Lucilla, mentre su quel ponte aveva deciso di incontrare Alessandro. Si fece forza. “Mi sei mancato”. “Amore davvero?”, fece lui ansioso di leggere negli occhi di quella donna la decisione di restare con lui per sempre, stavolta. “Amore dimmi, dimmi che sei tornata da me”. Lei non rispose, si limitò a fissarlo di nuovo in silenzio. Quella spada lo stava trafiggendo, ma lui decise di correre il rischio di restarci secco. “Va bene, non dirmi nulla. Amami e basta”.

“Ho voglia di fare l’amore con te, adesso”, disse Lucilla.

Quella richiesta, così diretta: era la prima volta che lo diceva così.

Negli occhi di Alessandro un velo di malinconia. Gli balzò alla mente l’autunno di qualche anno fa, quando si erano rintanati nello chalet di montagna.

“Mio signore – gli aveva scritto lei, dopo la sua partenza – vi penso.. Penso al mio capo, poggiato sul vostro petto, mentre ve lo accarezzo. I sensi mi travolgono, è un’immagine che non mi fa dormire. Fuori il temporale. Il suono dei tuoni, lo stridore del vento nelle fessure dei muri, il bagliore dei lampi, il fragore dei nostri corpi che si stanno cercando, accarezzando, voltando sul pavimento, lo scoppiettio dei legnetti nel camino, l’ululare lontano dei lupi, la pioggia che batte forte sui vetri attraverso i quali ci guardano.. le stelle.. e i sogni. Siamo là, che ci percorriamo con le mani, cercando l’anima e graffiando i sentimenti. Mordendo quel che resta delle nostre bugie raccontate a chi ci ha amato. Siamo specchi sul mondo che ci ha tolto qualcosa, che ci ha donato quel che non abbiamo apprezzato. Ci facciamo male. Ci cerchiamo perché siamo due anime in cerca di dissoluzione.. abbiamo bisogno di espiare. E ci stiamo dando quel che cerchiamo. Ceffoni a cielo chiuso. Sberle su un volto sul quale non possono restare tracce. Non sarebbe la stessa cosa se vi restasse il segno. Rosso. Ma resta nel cuore. Si sta stracciando..

Vostra Lucilla”.

Quelle parole, quei fendenti. Li aveva ancora scolpiti nella memoria. La guardò come si fa con le opere d’arte, incantato. “Mio amore.. è la prima volta che me lo dici”.

“Sono tornata da te, di nuovo – disse finalmente lei – per inciampare nei miei sogni, quelli che – nonostante tutto – abbiamo condiviso quando abbiamo potuto amarci. Sono sogni che non si cancellano, questo lo sai bene. E per la prima volta trovo il coraggio di dirti quello che non ho mai detto, ma che ho fatto con te ogni volta che ho potuto. Non sono mai fuggita da te per paura o perché non ti amassi più. Questo lo sai. È quel conformismo mediocre che appanna la nostra irrazionalità che ci pone nel mondo come ciechi. È quel perbenismo culturale di questa maledetta città che ci rende così amorfi da cercare soluzioni convenzionali. E io vivo tra le banali strutture mentali di famiglie antiche e classicamente organizzate, e il desiderio di volare tra le braccia di un uomo malato, che non so ancora quanto tempo potrà offrirmi e che amo alla follia, e che continua a rifiutarmi”.

“Non è vero che ti rifiuto, lo sai questo!”.

“Sì che mi rifiuti. Non mi permetti di entrare nella tua vita”.

“Benedetta donna! Perché mi fai così male?”.

Uno stridore metallico si udì in lontananza. I camioncini dell’azienda che cura il servizio di igiene urbana aveva avviato il giro della città per la pulizia dei cassonetti.

Fu un lampo, e la mente di Alessandro evocò un altro messaggio di Lucilla: “Mio signore, che emozioni mi date. Fate scorrere in me il fiume in piena dell’attrazione fatale. Voi siete un uomo molto pericoloso, dal quale restare a distanza di sicurezza per non restarne fulminati. Sapete queste cose molto più di quanto non le ammetta la mia coscienza. 
Voi sapete che la mia mente è vostra.. 
Lo sapete perché la respirate, e di essa vi nutrite; avete bisogno di alimentare il vostro narcisismo e il vostro assolutismo nella stessa misura in cui io vi cerco, vi penso, vi voglio.. Siete sì scenico, sì drammaturgico che vi amo immensamente. 
Allungate la vostra mano verso di me, accarezzatemi. Dove i confini della notte vanno diradandosi i sogni svaniscono annunciando il ritorno alla luce. 
E la nostra luce è questo led”.

Si destò da quel ricordo. Lucilla non c’era più.

Un messaggio sul cellulare: “Mio signore, vi ho amato fino alle viscere, ma tagliaste il cordone. L’oblio nel quale avete deciso di restare rende questo led l’unica arma a mia disposizione per dirvi addio. Per sempre stavolta. Non mi avete più permesso di amarvi dopo il cancro. Addio”.

 

Il cellulare scivolò lentamente dalle mani di Alessandro. Finì nelle acque sottostanti il ponte degli incontri. All’alba di quel giorno, qualche ora dopo, i netturbini dell’azienda del servizio di igiene urbana trovarono il suo corpo accasciato sulla ringhiera. Infarto.

 

Marilena Rodi

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