IL ‘FALLIMENTO’ DEL NULLA E DELLA FOLLIA

vignetta italia

Disastro annunciato, eliminazione meritata, figuraccia rimediata ad arte, squadra saccente e squalificante, direzione tecnica inefficiente, scelte sbagliate. Insomma, chi può condisca con motivazioni e opinioni più di quanto faremo noi, tanto su questo mondiale brasiliano – ormai – se ne sono dette di ogni. E figuriamoci se ci scappa di evocare complotti internazionali e arbitraggi quantomeno dubbi o cafoneria da campo-cannibali o ingerenze malavitose sulle scommesse calcistiche. Non sia mai. Chi ci pensa minimamente a tutto ciò. Non foss’anche perché in quella Bari dove il bulbo è scoppiato, un paio d’anni fa, non se ne deve parlare. ‘Stiamo’ (dove il noi non è altro che il riferimento antropologico a un territorio che ce la vuole fare e che in certi valori ci crede ancora, ingenuamente) tentando di rialzare la testa dopo le mazzate e ricostruisce la propria dignità. Con #laBari e con il tifo tricolore. Pur se – detto in maniera disincantata – è tutto uno show. Non esiste più nulla.

Or bene, un nulla inteso come il tutto che ha costruito la nostra identità per secoli e che ora la decostruisce per svalorizzare un’entropia alla deriva e ripartire con una scialuppa di salvataggio. Un nulla che giustifica l’esistente, cioè il concretamente osservabile, toccabile, odorabile.. “Abbiamo un naso e due occhi: laddove non sentiamo odori dovremmo vedere il doppio”, direbbe Shakespeare come nella tragedia ‘King Lear’.

Il nulla dicevamo. Il nulla non esiste, per sua definizione. Ma esiste per giustificare il resto, cioè quello che c’è e che possiamo comprendere. E dire che non c’è più nulla è come dire che abbiamo perso tutto quello che avevamo per cadere nell’oblio.

Che avevamo? Valori, emozioni, volontà, ingenuità, genuinità, spirito di sacrificio, dedizione, voglia di lottare, l’orgoglio di rappresentare una nazione nello sport più amato al mondo, il calcio, che in sé racchiude l’essenza dell’essere umano. Il mondo gira intorno a una palla.. fin troppo forse. In questo mondo in cui non c’è manco più il gusto di provare un’emozione per una vittoria realmente conquistata sul campo, allora il mondo si è ridotto a quel nulla. Non il buio, non la tenebra, che pur esistono per rappresentare il contrario della luce. “Nothing will come of nothing” (dal nulla non può venire che il nulla) direbbe ancora lo scrittore inglese; “the quality of nothing hath no such need to hide itself, […] if it be nothing I shall not need spectacles” (la qualità del nulla è che nessuno ha tanto bisogno di nascondersi.. se è nulla io non avrò bisogno di occhiali).

E finché restiamo aggrappati a quella scala gerarchica che ci impone di fissare come punti di riferimento i margini esistenziali per evaderli, nel mezzo collocheremo le finzioni, il palcoscenico del nulla. Perché il nulla rappresenta quello che non siamo ma che manifestiamo. La follia. La follia di rincorrere se stessi e l’ipocrisia di esibirsi in un ruolo che dobbiamo imparare a memoria. Ecco perché ci sentiamo delusi se una squadra di calcio tradisce le nostre aspettative. Loro no, gli sportivi no. Che amara scoperta quella di osservarli umani e scoprire – irrimediabilmente – che loro non sono tanto meglio di noi. Cos’è rimasto dello sport? Nulla. Cos’è rimasto delle nostre speranze riposte in loro? Nulla. Ma poi perché loro dovrebbero essere meglio di noialtri, che restiamo a casa – appiccicati a un monitor – a bestemmiare se loro sbagliano una partita? E le nostre partite quotidiane? Quelle sono un’altra cosa. Già.

Il potere che ha l’illusione rasenta il desiderio di restare folli. È legittimo attendersi dagli altri quello che non riusciamo a ottenere da noi stessi?

E allora, ‘follia’ e ‘nulla’ identificano un percorso di spersonalizzazione al quale ci stiamo sottoponendo senza accorgerci. Chi non resta nella follia e nel nulla e passa per la caduta e l’umiliazione avrà la possibilità di ri-affermare la propria identità. Sul cammino verso la verità dovrà affrontare ciò che non ha saputo vedere e l’emarginazione da un’organizzazione sociale che via via porterà alla scissione, di grado in grado, fino al nulla vero e proprio. La rappresentazione figurativa di questo nulla, la dimensione di povertà e nudità, di necessità estrema, ci rende più vicini e consapevoli della fragilità umana e dell’ingiustizia dominante.

La superficialità e l’artificialità appartengono al mondo in cui la ricchezza e il potere generano mostri e affliggono chi è ai margini della società.

L’individuo come la sua volontà sono sconfitti.

Marilena Rodi©

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