UN TRANSITO CHIAMATO TERRA

corto maltese

Quello che si muove sulla terra è forse diverso da quello che si muove nella terra. E caso mai dovessimo decidere di intraprendere un viaggio nelle parole – così raro per la verità, dal momento che ciascun uomo quaggiù ne fa uso come pietre a mo’ di arma contundente – dovremmo soffermarci sulla riflessione che terra è uguale a Terra, ma pure diversa.

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero”, diceva Italo Calvino, un intellettuale il cui spessore culturale ha contribuito a formare generazioni, dialogando con linguaggi popolari (attraverso la semplicità) sia all’umanità varia, sia ai palati più ricercati: da una parte il livello puramente narrativo, semplice e comprensibile da tutti i lettori, dall’altra quello visibile solo dai fruitori più smaliziati. «L’inferno dei viventi – scriveva – non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (ne ‘Le città invisibili’, 1972).

Miserrimo il nostro voltar lo sguardo altrove per evitare il confronto, o il compromesso, o il coinvolgimento. Siamo ormai quello che resta di noi stessi, con il nostro bagaglio ingombrante di finzione e di ipocrisia, tant’è che cercare la verità per condividerla ha cessato di visitare anche i nostri sogni. Tanto più comodo restare sotto traccia, perché gli uomini (e le donne) di successo infastidiscono i mediocri.

Che ne è stato dei sogni? E della libertà che tanto proclamiamo e di cui ci riempiamo la caverna ottusa del nostro parolare a vanvera? Che ne è del desiderio di appagamento per cui l’uomo deambula su questa terra? Ci insegnano sin da bambini che esiste un paradiso, per raggiungere il quale è necessario operare nel bene, fare beneficienza, porgere l’altra guancia e possibilmente evitare bestemmie e adulteri. Eppure ogni giorno la nostra mente si riempie di gerghi sconvenienti per tali obiettivi. Quali opere operare per ottenere la clemenza divina? Se solo qualcuno – anche di quelli che frequentano i grandi spazi clericali – intendessero quelle parole (“non per opere ma per grazia”) nella maniera corretta..

Ma lungi – in questa sede – infliggere un sermone che nemmeno ci consta di dovere, quel che osserviamo è l’inferno terrestre. Voltiamoci e ci accorgeremo che in caso di bisogno, chi è nei nostri paraggi farà anche finta di non vedere e non sentire, se questo possa comportare disgrazia per sé medesimo. Alla faccia dell’altruismo.

Il nostro popolo di voltagabbane, ormai elevato a rango di prim’attore, sguazza nel martirio dell’inconcludenza cercando il capro espiatorio pur di salvar la pelle. Guarda Fabrizio Corona e t’accorgerai dello scempio morale di questa nazione, dove “uno paghi per tutti”, tanto da giustificare la sopravvivenza dozzinale di quelli che non vanno attirando l’attenzione per proseguire indisturbati nelle proprie azioni – pure – di dubbio carattere.

La politica, lo sport, il mondo del lavoro.. riflettono il livello di partecipazione del paese che si ostina a origliare dalla fessura e a infilare un occhio nello spioncino: che ci sarà da sapere poi, se ormai tutto è fetentemente sotto il nostro naso? Che pensate che ci si nasconda l’un l’altro? Una scappatella omosessuale o un festino a base di droga e rock’n roll? Tanto, che ci si derubi uno con l’altro, ahinoi, è mistero?

Siamo in transito su questa Terra e camminiamo sulla terra, prima di finire nella terra. Ostinarci ad abbellire e arricchire le movenze per sola vanità pare anacronistico, ma il fascino è succube della vanagloria, appunto.

Sic transit gloria mundi (“così passa la gloria del mondo”)..

Marilena Rodi

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