Condannato il pm di Sollecito: l’altra verità

Gli vietò il colloquio col difensore: il Csm gli infligge la sanzione della censura

di Marilena Rodi

Giuliano Mignini. Così si chiama il pm di Perugia, titolare del giuliano migniniprocedimento sull’omicidio di Meredith Kercher, che il 4 dicembre scorso è stato sanzionato dal Consiglio superiore della magistratura italiana per aver violato la legge. La sezione disciplinare del massimo organo della magistratura ha così inflitto al giudice, che tra gli altri seguì anche il caso del mostro di Firenze, la sanzione della censura. Mignini avrebbe vietato a Raffaele Sollecito – subito dopo il fermo del 6 novembre 2007 – di avere colloqui con un legale difensore senza emettere un provvedimento scritto e motivato. Antonio Leone, consigliere laico e presidente dell’organo disciplinare di Palazzo dei Marescialli, ha ritenuto che Mignini abbia inflitto «un ingiusto danno al fermato», poiché quel provvedimento era stato espresso solo «oralmente, con grave e inescusabile violazione di legge», in «palese contrasto» con quanto previsto dal codice di procedura penale che prescrive un «decreto motivato e la consegna/esibizione» agli aventi diritto. Piercamillo Davigo, già pm di ‘Mani pulite’, era il difensore del pm perugino. Fin qui la cronaca.

Quello su cui il lettore medio s’interroga è: cosa è esattamente il provvedimento destinato a Mignini? Partiamo dal disposto normativo: si tratta della sanzione prevista dall’art. 7 del decreto legislativo 109/2006 (quella riforma tanto discussa che introduceva la responsabilità civile dei magistrati). Rispetto alla disciplina precedente (che si limitava a configurare l’illecito ogni qualvolta il magistrato mancasse ai suoi doveri o tenesse una condotta immeritevole o compromettente per il prestigio dell’ordine giudiziario, affidando l’individuazione delle singole ipotesi alla sezione disciplinare del Csm), la riforma del 2006 è improntata alla tipizzazione degli illeciti disciplinari. Cioè, li ha individuati e ‘catalogati’. Nel dettaglio, la condanna alla censura è una dichiarazione formale di biasimo contenuta nel dispositivo della decisione disciplinare. E il biasimo – secondo il dizionario Treccani – è il “sentimento di disapprovazione soprattutto morale verso una persona o i suoi atti, e le parole stesse con cui si disapprova”, ovvero “una forma di sanzione lieve verso membri di un’organizzazione, di un partito, o anche, in politica internazionale, verso uno stato”.

Credo, a questo punto, che il quadro sia chiaro.

Venerdì 11 dicembre, a Casamassima, Raffaele Sollecito racconta la sua verità. La storia di 8 anni della sua vita tra presunti errori della Polizia scientifica, presunti errori giudiziari, presunti inquinamenti delle prove, presunte azioni da ‘Ecce homo’ dello stesso Sollecito. Tutte presunzioni che nella sentenza finale di questo processo si sono sgretolate come un castello di carte. Un castello di carte costruito forse per trovare un colpevole a tutti i costi, forse per dare un volto all’assassino, forse perché in Italia molti casi di morti violente di donne non hanno trovato un responsabile. In Italia gli apparati sono come scatole cinesi. C’è la Polizia, e poi ci sono i carabinieri. Poi ci sono i commissari, i capi sezione, i vicequestori, i pm, i sostituti procuratori, l’Ucis e l’Utis (uffici del Ministero degli Interni per la sicurezza), i questori, i prefetti e via discorrendo. Poi c’è ‘il dipartimento’ romano (insomma, date uno sguardo all’organizzazione: resterete impressionati). E poi ci sono i servizi segreti a servizio dello stato e quelli deviati a servizio degli ‘altri stati’. Tutti (presunti) servitori dello stato. C’è un mondo, agli Interni, che di questi periodi fa notizia. Ogni tanto si sente di una fuga invisibile, poi accade l’estradizione di qualche personaggio rifugiato forse a insaputa del governo, poi la Digos stana i presunti terroristi che passerebbero indisturbati dal porto di Bari, poi qualche giudice trasferito per incompatibilità ambientale, poi le sanzioni ai pm per aver arrecato ingiusto danno..

Ma – consentitemi – a che serve un servo se non serve?

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