Errori e orrori giudiziari in chiave letteraria. Firma il vicequestore

di Marilena Rodi

Giuseppe Di Pace, vicequestore di Bari, ha presentato a Casamassima, all’auditorium dell’Addolorata i suoi due libri, ‘Non è come appare’, e ‘Oltre il limite’, entrambi editi da Besa. Abbiamo intersecato mondi che spesso riescono a restare in naftalina per quanto si rendano intoccabili. Mondi cristallizzati ben lontani dall’essere considerati gioielli. Mondi codificati, ma senza un regolamento scritto. Quei mondi che servono per fare carriera. Quei mondi che diventano ‘cordata’. Ecco, “Cordata era la parola giusta”, come scrive Di Pace. “Il meccanismo – continua – era semplice e complicato allo stesso tempo. Poche regole fondamentali, chiare e piuttosto semplici: primo, fedeltà assoluta al capo e a tutti quelli che ti stanno appena un gradino sopra e hanno l’autorità di giudicarti; secondo, diventare subito responsabile e giudice dell’attività di un altro funzionario, perché nessuno deve stare da solo, mai, e ciascuno nella cordata deve essere parte di un tutto, elemento di un sistema, l’anello di una catena, ciascuno deve stare nel mezzo, senza vie di fuga; terzo, disponibilità assoluta e illimitata del proprio tempo; quarto, si deve entrare da giovani, all’inizio della carriera, a far parte del gruppo, perché ci si faccia da subito la convinzione di essere migliori di tutti gli altri, perché da giovani si sa essere ubbidienti e la lusinga di stare nelle stanze che contano è irresistibile. Ultima regola, la più importante: una sola è la religione di chi voglia far parte della cordata: il potere. Gli ‘amici’ si consideravano appartenenti a una sorta di casta, membri di una sorta di élite di sacerdoti della giustizia”.

“Tutti quelli – continua poi – che entravano a far parte dell’organizzazione venivano cooptati, prima o poi, in attività scivolose, in operazioni opache e portate avanti sul filo della legalità, e a tutti veniva distribuita una piccola fetta di connivenza in cambio di gloria e potere. E se proprio a qualcuno fosse comunque venuto in mente di sciogliersi dalla cordata, non poteva farlo se non sputtanandosi con le proprie mani e mettendo in gioco il proprio prestigio e la propria onorabilità”.

Forse molti ignorano che una situazione del genere faccia parte del nostro quotidiano permanente. Forse non ci accorgiamo nemmeno che la normalità del male ha contaminato gli ambienti che respiriamo tanto da diventare il nostro ossigeno. Una volta si chiamava malavita organizzata, mafia. E fintanto che l’etichetta era ben distinta dal bene, vi era la speranza che ciascuno avesse un ruolo nel mondo. Chi paladino del male, chi del bene. Poi quella etichetta, urlata da certi perbenisti, è andata sbiadendosi fino a diventare trasparente. Persino la voce dei rivoluzionari va assopendosi.

Oggi il male – la cordata – veste i panni di una casa atelier griffata, indossa l’eleganza della cultura raffinata e filosofica, mette addosso il cappello del ‘perbene’ sociale, gira in auto di grossa cilindrata e pervade le menti dell’istruzione. In fondo il potere è proprio l’esercizio che si insegna alle università.

A farci compagnia durante questo excursus, venerdì, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari, Giovanni Stefanì, al quale toccherà il compito di rappresentare una categoria discussa, la sua, spesso responsabile – insieme ai magistrati – dell’applicazione credibile delle leggi. A farmi compagnia in questa conversazione, Valentino Sgaramella, collega della Gazzetta del Mezzogiorno. Ci vediamo a gennaio e buona pausa festiva.

[“La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta”. Proverbi 16:18]

Il primo libro, ‘Non è come appare’, si snoda tra Puglia, Estonia e Finlandia, intersecando la Bari-bene, quella ancestrale delle famiglie appartenenti alla classe benestante della città, tanto ricche – se la cartina di tornasole sono i soldi e le proprietà – quanto povere, se invece si considera il colore che connota le giornate di queste persone. Sembrano ricchi e potenti, e invece sono soli e miseri. Cercano il degrado per restare vivi, sono anime alla ricerca del dolore per sopravvivere al grigiore che ogni giorno li spegne. “Tutti – da una delle pagine – cercano la merda. Chi non ha il coraggio di ammetterlo è condannato a una vita senza emozioni, una vita inutile. Chi non sente l’odore della merda, non può apprezzare veramente l’odore dei fiori, del mare, dell’aria. Il mondo che lei vuole, pulito, asettico, ordinato, è un luogo che uccide la vita, la passione”. “Quello – dice – è un giudice, un magistrato famoso per la durezza delle sentenze, per la rettitudine morale e per la vita irreprensibile. Ha una famiglia perfetta, una moglie crocerossina che accompagna i malati a Lourdes, una figlia che a 25 anni è già magistrato pure lei. Quel giudice condanna i colpevoli perché sa cos’è la colpa. Non lo sa per averlo letto sui libri ma perché lui stesso ha il coraggio di essere colpevole, almeno per una volta in un anno”.

Il secondo libro, ‘Oltre il limite’, è ambientato tra Bari e Roma, passando per il potentino. Ancora una volta Di Pace sceglie gli ambienti raffinati, quelli nobili ed ecclesiastici, quelli imprenditoriali e quelli più sottilmente manipolatori. Se vogliamo, percorre finemente quel mondo sotterraneo delle relazioni che contano, le amicizie strategiche, le appartenze e le congregazioni. “Io – da una pagina del libro – seguo con attenzione… con molta attenzione, tutto ciò che riguarda la vita degli… come li chiamiamo oggi? Le va bene aderenti? O magari preferisce appartenenti? O forse è meglio soci, rende più l’idea”. “Quelli vicino a noi – dice – devono arrivare in alto, molto in alto. Così in alto da toccare il Cielo”. E una volta che si accetta di intrattenere queste relazioni, non è mai scontato nulla. “Io – è un’altra figura a spiegare – le ho spalancato una porta, sta a lei decidere se continuare a tenerla aperta. Sappia che non le sarà data un’altra chance e che, una volta chiusa, quella porta non si riaprirà mai più nella sua carriera. Lei ha davanti una linea di confine, un limite. Sta a lei superarlo o meno. Oltre quel limite lei troverà carriera, prestigio, potere. Decida, e mi faccia la cortesia di farlo in fretta”. E infine, un’altra citazione è meritevole d’esser anticipata ai nostri lettori, si tratta di un dialogo. “Chi è innocente – è il primo a parlare – combatte, combatte sempre, con tutte le sue forze. È come l’istinto di sopravvivenza”. “La disperazione – è l’altra a rispondere – può falsare i comportamenti delle persone”. “L’atteggiamento – è il turno del primo – dell’imputato è stato strano, soprattutto durante le udienze; ma è proprio quel comportamento che non mi convince”. “La gente – replica la seconda – può essere stanca, disperata, può perdere la voglia di lottare se non riesce a vedere una via d’uscita”.

Errori e orrori giudiziari, vite distrutte o vite omaggiate di grazie immeritate. Vite sciagurate di emeriti signori nessuno, spesso condannati a pagare le colpe dei ‘perbene’ dalla scappatella quotidiana, che sia sessuale così come affaristica. Quello che la giustizia dovrebbe garantire – come prassi giornaliera – diventa forse amministrazione straordinaria.

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