Diffamazione, Sallusti. Carcere e sanzioni spropositate sotto la lente della Corte europea dei diritti umani

L’Italia sotto i riflettori della Corte europea dei diritti dell’uomo per la libertà di stampa. A settembre sono stati comunicati al Governo ben due casi su ricorsi presentati da giornalisti italiani condannati per diffamazione a mezzo stampa. In particolare, nel caso Sallusti contro Italia (ricorso n. 22350/13, sallusti-v-1-italy), che vede al centro la condanna del giornalista, quando era direttore del quotidiano “Libero”, per diffamazione a mezzo stampa e per omesso controllo, in qualità di direttore, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiesto all’Italia di chiarire lo stato del disegno di legge n. 1119B che contiene “Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale, al codice di procedura civile e al codice civile in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante nonché di segreto professionale”. E’ chiaro che la normativa interna, che prevede il carcere per i giornalisti in caso di diffamazione e che impone sanzioni sproporzionate anche sul piano pecuniario, non è conforme, in via generale, all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Proprio nella comunicazione al Governo italiano, la Corte richiama le sentenze Cumpănă e Mazăre c. Romania e Fatullayev c. Azerbaijan con le quali è stato stabilito che la sanzione del carcere per i giornalisti è incompatibile con la Convenzione europea, salvo in casi eccezionali come l’incitamento all’odio, così come le sanzioni pecuniarie eccessive. Il disegno di legge giace in parlamento e, d’altra parte, da diversi anni, l’Italia non riesce a modificare un quadro normativo che è in contrasto con gli standard internazionali in materia di libertà di stampa.

L’altro caso comunicato al Governo italiano, il 1° settembre, è il ricorso Magosso e Brindani contro Italia depositato sin dal 2011 a Strasburgo (ricorso n. 59347/11, magosso-et-brindani-c-italie). Anche in questo caso, l’Italia è stata chiamata a presentare le proprie osservazioni.

Si veda anche qui.

[fonte Marina Castellaneta]

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